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Ultimo aggiornamento: 8:13

Una caduta del regime teocratico che guida l’Iran farebbe la felicità di una parte della popolazione e degli Stati rivali, ma rappresenterebbe anche un grattacapo a varie latitudini. Dal 1979 in avanti, anno in cui è avvenuta la rivoluzione iraniana culminata con la fuga dello scià Mohammad Reza Pahlavi e il trionfale ritorno in patria dell’ayatollah Khomeini, sono molti i Paesi che hanno trovato a Teheran un partner affidabile e che rischiano di perdere le loro buone entrature qualora ci fosse un cambio di governo. I rapporti commerciali della Repubblica Islamica sono trasversali: secondo i dati di Unimpresa nel 2024 l’interscambio commerciale tra Italia e Iran si è attestato a 713 milioni di euro, con esportazioni italiane pari a 528 milioni. Ma alcuni Paesi possono vantare anche un’affinità politica con il regime teocratico.

Nel 2021 Pechino e Teheran hanno siglato un patto di cooperazione politica, strategica ed economica della durata di 25 anni. Anche se le cifre monstre circolate inizialmente – si era parlato di un valore complessivo di 400 miliardi di dollari – difficilmente troveranno riscontri concreti, l’intesa era stata pensata per portare a una crescita molto significativa della presenza e degli investimenti cinesi in numerosissimi settori economici iraniani, come quello bancario, delle telecomunicazioni, portuale e ferroviario. L’utilità dell’Iran per la Repubblica Popolare è evidente soprattutto guardando alla sfera energetica: nel 2025, l’80% delle esportazioni di petrolio dal Paese mediorientale è andato proprio verso la Cina, a prezzo scontato a causa delle sanzioni internazionali che limitano le alternative commerciali per Teheran.