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15 GENNAIO 2026

Ultimo aggiornamento: 7:59

I moti di rivolta contro il regime iraniano in almeno 31 province e 187 città, con oltre 600 singoli focolai di protesta, non accennano ad attenuarsi. L’inasprimento della repressione da parte delle forze di sicurezza si riflette nel sempre più allarmante numero di vittime sinora registrate: secondo Human Rights Activists News Agency (HRANA), con base in Virginia, al 13 gennaio erano 2.403 le persone uccise, 12 delle quali sotto ai 18 anni, e 1.134 quelle rimaste gravemente ferite. Dall’altro lato della sempre più infuocata barricata, 147 membri delle Forze di sicurezza hanno perso la vita nel corso di scontri. A impressionare è anche il numero degli arrestati: 18.434, sempre secondo HRANA, tra i quali si registrano almeno 97 casi di confessioni forzate, trasmesse sulla tv nazionale.

Il processo di scollamento tra il regime nato dopo la rivoluzione del 1979 e gran parte della popolazione sembra arrivato a un punto di non ritorno, estremamente difficile da ricomporre, anche al di là dei livelli di violenza registrati. L’intensità, la diffusione e anche l’eterogeneità delle istanze che sorreggono queste proteste sembrano fotografare la distanza venutasi a creare tra la società civile e il sistema istituzionale, oltre che il governo stesso. Ciò accade per giunta in una congiuntura di profonda crisi economica, di isolamento sempre più marcato e soprattutto di esplicite e montanti pressioni internazionali, attestate una volta di più dalla rinnovata promessa di intervento armato da parte di Donald Trump che era stata preceduta da esplicite quanto incaute dichiarazioni – da parte dell’ex segretario di Stato Mike Pompeo, ma anche dallo stesso Mossad su X – circa la rivendicata presenza di agenti israeliani a fianco dei rivoltosi.