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Ultimo aggiornamento: 9:14
All’alba del tredicesimo giorno di proteste anti-governative in Iran, la guida suprema Ali Khamenei ha usato parole nette nel suo usuale discorso del venerdì, paventando una risposta più dura verso i manifestanti da parte dell’Irgc (che oggi a sua volta ha pubblicato una dura dichiarazione, in cui si dissuade da ulteriori azioni violente contro la polizia) a poche ore dalle esplicite minacce di intervento americano da parte dello stesso Trump. Sono finora una quarantina le persone rimaste uccise per mano delle stesse forze di sicurezza, centinaia i feriti e oltre un migliaio le persone arrestate.
Proprio la giornata dell’8 gennaio aveva segnato una importante novità: migliaia di persone in diverse province – soprattutto a Teheran, Mashhad e in tutta la regione del Fars – sono scese in piazza verso le 20, in maniera più coordinata del solito. È altamente verosimile che rispondessero alla “chiamata” di Ciro Reza Pahlavi, il figlio del deposto Shah, che dagli Stati Uniti, sulla piattaforma X, nelle ore precedenti aveva invocato assembramenti proprio per quell’ora.
Slogan filo monarchici non sono più una novità in varie città iraniane, ma sarebbe fuorviante connetterli ad una maggiore unitarietà delle proteste, o all’identificazione di un leader in grado di tenerle insieme. Non è forse un caso che questi slogan siano stati scanditi unicamente in regioni a grande maggioranza persiana – sulla cui primazia ed eredità insisteva la dinastia Pahlavi – cioè l’etnia con cui in Occidente si tende a identificare il paese: i persiani in Iran sono però circa il 60% della popolazione, che al suo interno vede decine di minoranze, più o meno rappresentate, che non si oppongono soltanto alla Repubblica islamica ma anche ad un ritorno della monarchia.












