Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano
Ultimo aggiornamento: 17:17
“La vera rivoluzione inizierà quando il popolo sarà affamato e i bazaari tireranno giù le saracinesche”. Questa frase non era un semplice modo di dire. Era il monito che respiravo quotidianamente durante i miei anni di vita in Iran, camminando tra la gente nel 2009, vedendo il sangue scorrere nel 2019.
Oggi, quella profezia si è fatta carne, metallo e grido. Le serrande che sbattono a terra a Teheran, Isfahan, Shiraz e Tabriz non sono solo un segnale economico: sono il fragore di un sistema che sta crollando.
Scrivo queste righe con il cuore pesante e le mani che tremano. Siamo oltre il settimo giorno di proteste e, mentre l’Iran brucia, il mondo sembra guardare altrove. C’è un’indignazione feroce in me nel constatare il silenzio dei media e l’ambiguità del contesto internazionale. Donald Trump minaccia interventi se il regime sparerà sui dimostranti, ma le sue parole appaiono oggi svuotate di peso, forse più distratto dalla crisi in Venezuela che dal destino di Teheran.













