Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano
Ultimo aggiornamento: 17:00
C’è un odore che percepisco, che non riesco a scrollarmi di dosso, un odore che non dovrebbe appartenere a nessuna cronaca, a nessun racconto di vita. È l’odore del sangue fresco che si mescola alla polvere delle strade di Teheran, un profumo ferroso, amaro, che buca lo schermo del cellulare ogni volta che apro un video arrivato clandestinamente. Ricevere questi messaggi dagli iraniani rimasti là, o dai dissidenti che gridano aiuto dall’estero, è diventato un rito quotidiano di dolore. “Parla di noi”, mi scrivono. “Non lasciate che il nostro sangue scorra nel silenzio”. E io resto qui, con il cuore che batte al ritmo dei colpi di fucile che sento in sottofondo, consapevole che ogni notifica potrebbe essere l’ultimo respiro di una vita spezzata.
Siamo davanti a un massacro senza precedenti. Non ci sono più parole per descrivere la crudeltà degli ayatollah, se non quella di un regime che ha deciso di dichiarare guerra alla sua stessa gente.
Non è più il tempo del timore, perché la morte ideologica imposta dal regime è diventata più insopportabile della morte fisica stessa. Questa è la fine del potere degli ayatollah, quando un popolo smette di temere il martirio è perché ha già vissuto l’inferno della sottomissione. Cadere in piazza oggi significa nascere davvero, fuggendo a quel silenzio tombale che per 47 anni è stato l’unica legge. Oggi si è superato il limite dell’umana comprensione. Nelle città iraniane, i cadaveri vengono ammucchiati dentro sacchi neri di plastica. File interminabili di polietilene scuro che nascondono sogni, studi, amori, speranze. E sopra quei sacchi, un numero. Un maledetto numero scritto col gesso o con un pennarello.









