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Ultimo aggiornamento: 8:10
di Neda Azad
Mi chiamo Neda Azad. Sono Persiana. L’Iran – la mia terra – è in fiamme. Ancora una volta. Raramente, però, le fiamme sono state così alte. Il mondo sa chi è l’incendiario: un regime che si fa chiamare Repubblica e che interpreta, nel modo più brutale, il significato letterale della parola Islam: sottomissione. La mia casa brucia, nell’inferno scatenato col pretesto di sedare manifestazioni nate in seguito allo sciopero dei gran bazar, e rapidamente estese alle piazze di oltre duecentocinquanta province del Paese. E più la protesta si allargava, più la risposta del regime si faceva spietata. Al posto dell’acqua, per spegnere l’incendio, il leader religioso ha scelto il sangue. Sangue innocente di migliaia di donne e uomini Iraniani, soprattutto giovani. Uno tsunami di inaudita ferocia, che si è abbattuto su tutta la popolazione: dimostranti e no.
Un massacro, nascosto agli occhi del mondo dalla notte digitale che ha inghiottito il Paese. Il blackout di internet più drastico della storia recente: 90 milioni di persone isolate dal resto del mondo. Le limitatissime comunicazioni telefoniche con l’estero sono riprese a singhiozzo in questi ultimi giorni. Le conversazioni durano pochi secondi. La linea cade di continuo. Appena il tempo di far sapere che sei ancora vivo. Ovviamente, è tutto sotto controllo, come sempre. La morsa, però, si è fatta ancora più asfissiante. Mortale direi. Ogni parola “in più” può diventare pretesto per nuove violenze. Io stessa, da più di tre settimane, non riesco ad avere notizie della mia famiglia.








