Bernie Sanders, senatore indipendente del Vermont, è un americano socialista, o un socialista americano. Suona un po’ come un ossimoro. Ma fino a un certo punto, perché la storia delle lotte sociali e sindacali, negli Stati Uniti, ha poco da invidiare a quella europea. Per dire: il Primo Maggio ha le sue radici storiche in una rivolta operaia a Chicago, nel 1886, repressa nel sangue. Il sindacalismo americano, oggi sbiadito come tutte o quasi le forme di socialità attiva, ha radici antiche quanto la storia del tumultuoso sviluppo economico della Nazione.
Se qualcuno di voi ha visto quel film formidabile, omerico, epico che è Furore di John Ford, tratto dal romanzo di Steinbeck, sa che esiste, nel Grande Paese, uno sguardo sociale profondo, mai del tutto rimosso. È una rappresentazione della povertà, della fame e del riscatto degli ultimi che ha poco da invidiare al Quarto Stato di Pellizza da Volpedo. (Quel quadro è un film, anzi è un kolossal in largo anticipo sui tempi e sulle tecnologie: nel 1901, anteprima di Hollywood nella bassa padana. Volpedo, provincia di Alessandria).
Pensiamo sempre all’America “di sinistra” in chiave di diritti civili. Ma è esistita, ed evidentemente esiste ancora, anche una sinistra americana sociale. Negli anni della caccia alle streghe e del maccartismo fu bollata di essere comunista, “agente del nemico”, anti-americana e al servizio di Mosca. Invece: era americana, ed erano tutti americani gli intellettuali, gli artisti, i cittadini che vennero messi sotto accusa da quella vera e propria Inquisizione paranoica, incapace di concepire, nell’America, un’altra America. Bernie Sanders, della cosiddetta altra America, è il glorioso epigono, vecchio anagraficamente eppure nuovo e sorprendente come immagine, perché niente è più decrepito e risaputo del capitalismo dei monopoli e delle oligarchie, e di conseguenza niente è più “nuovo”, pensa un po’, del socialismo.















