Negli ultimi mesi, Bernie Sanders è tornato prepotentemente al centro del dibattito politico statunitense. In una fase in cui la scena è interamente occupata dal neoeletto presidente Donald Trump e dai suoi shock economici e diplomatici, con qualche recente resistenza nelle piazze d'America, il senatore del Vermont ha rilanciato una parola d’ordine storica della sinistra pacifista: “Dissent is patriotic” — il dissenso è patriottico. Un richiamo diretto all’epoca delle proteste contro la guerra in Iraq sotto George W. Bush, ora rivolto a un altro presidente repubblicano. Su X (ex Twitter), Sanders ha scritto: “Ehi, signor Presidente. Spenga Fox News. Provi a leggere la Costituzione. Il dissenso è patriottico”.
Una frase che nelle intenzioni di Sanders non vorrebbe essere solo uno slogan nostalgico, ma un’indicazione strategica. Con un Trump 2.0 ideologicamente più ambizioso e aggressivo che mai, e il crescente accentramento del potere esecutivo, Sanders suggerisce che la sinistra debba tornare a essere ciò che storicamente ha saputo fare meglio: un’opposizione culturale e morale radicata nei valori fondanti degli Stati Uniti.
Per Sanders, a lungo assente dai titoli di giornale, è un’occasione unica per recuperare una posizione credibile come “sinistra dissidente”, che si oppone non solo alle derive autoritarie del trumpismo, ma anche agli interessi consolidati, al militarismo e al potere oligarchico. E non è solo: il crescente blocco progressista all’interno del Partito democratico vede riemergere figure come Alexandria Ocasio-Cortez e altri esponenti della sinistra populista, che raccolgono ampio consenso nei social e nelle arene pubbliche, come possibili successori della vecchia guardia.






