Diciamocelo. Vedere Bernie Sanders che cammina tra gli stand del Lingotto fa un certo effetto. Sembra di stare in una serie tv americana di cui mai avremmo pensato di essere comparse e in cui, a un certo punto, l’ottantaquattrenne senatore, icona del progressismo contemporaneo, spunta per un cameo.
Eppure accade. Sabato 16 maggio, alle 18,30 la figura chiave del socialismo americano, l’indipendente più longevo nella storia del Congresso (legato al Partito Democratico), è ospite nell’Auditorium del Centro Congressi per spiegarci perché il mondo stia andando a rotoli (e come potremmo provare a fermare la caduta).
Breve riassunto della sua biografia. Sanders è nato l’8 settembre 1941 a Brooklyn. Cresciuto nel quartiere di Flatbush, in una famiglia ebrea della classe operaia, ha costruito la sua vita politica nel Vermont. Prima di diventare il politico che conosciamo ha fatto di tutto: è stato carpentiere, falegname e regista di documentari. Un contatto costante con il mondo reale che gli ha permesso di aderire al ruolo di uomo del popolo con onestà, senza risultare stucchevole o uno bravo a recitare a copione.
Nel 1963 viene arrestato a Chicago durante le proteste contro la segregazione razziale. Con la chioma arruffata portava già avanti l’idea che lo guida ancora oggi: la dignità non è negoziabile. Ma il miracolo, dopo anni di attivismo, avviene nel 1981 con la sua elezione a sindaco di Burlington per soli dieci voti. Da lì, una scalata verso la vetta: nel 1988 sposa Jane O’Meara, l’unica – si dice negli Usa – in grado di tenergli testa. Nel 1990 entra alla Camera, nel 2006 conquista il Senato e nel 2010 diventa leggenda. Parla ininterrottamente per 8 ore e 37 minuti contro i tagli alle tasse per i ricchi. Senza mangiare, senza sedersi, leggendo le storie di chi non arrivava a fine mese. Una performance da film americano, si potrebbe dire, ma chi pensa a Sanders come a un uomo da palcoscenico sbaglia.











