Il senatore Bernie Sanders si definisce «socialista democratico». Lo fa da anni senza timore per la sua popolarità in una Nazione dove già pronunciare la parola socialista è visto come un oltraggio. Anzi oggi Sanders è fra le personalità politiche più acclamate e amate della sinistra a stelle e strisce. E di buona stampa e simpatia gode pure il socialismo. Nel 2010 il 50% degli elettori democratici aveva un’opinione positiva del socialismo, alla fine del 2025 la percentuale è salita al 66%. Da tempo il Democratic Socialists of America (Dsa), guidato da Ashik Siddique, è in forte crescita: ha oltre 100 mila iscritti e mille hanno aderito in poche ore lo scorso novembre nella notte del trionfo di Zohran Mamdani, neo sindaco di New York, socialista dichiarato.

Dopo Mamdani l’onda socialista è diventata vigorosa. Dentro il Partito democratico qualche mal di pancia c’è. Spiega a La Stampa una consulente che preferisce restare anonima: «Spostare il baricentro dei democratici verso non solo i liberal, ma anche verso i socialisti è un suicidio politico». «Se vogliamo vincere, sia alle Midterm sia alle prossime presidenziali, serve domandarsi se siamo in grado di governare e come, e non vendere ricette populiste e irrealizzabili», chiude. Ma la realtà racconta di una base democratica che attorno ad alcuni temi – costo della vita, stop all’appoggio a Israele – ha imboccato strade diverse da quelle dell’establishment democratico washingtoniano.