La crisi di popolarità di Donald Trump ha un vincitore inatteso, almeno per il momento: è un «senior» di quattro anni più anziano del presidente, il senatore del Vermont Bernie Sanders, l’unico socialista eletto al Senato di Washington. Il ritorno in auge di Sanders è testimoniato dall’affluenza di massa ai comizi che va facendo in giro per l’America, dove accompagna i suoi seguaci più giovani nelle loro campagne elettorali. Sanders conosce una riscoperta anche in Italia, dov’è stato al Salone del Libro di Torino il mese scorso. Ma il suo rilancio è ancora più vistoso qui negli Stati Uniti: la risposta entusiasta della base democratica ogni volta che lui appare in pubblico, conferma il verdetto dell’ex sindaco di New York Bill de Blasio (un ammiratore di Sanders), secondo cui «l’energia è tutta nell’ala sinistra».

La seconda presidenza Trump, lungi dall’avere moderato il partito democratico, sta accelerando una dinamica opposta. Se negli anni Ottanta il successo del repubblicano neoliberista Ronald Reagan spinse i democratici verso il centro, oggi l’effetto-Trump favorisce una radicalizzazione a sinistra. L’eredità di Sanders, che nel 2016 appariva marginale, si è trasformata in una corrente organizzata capace di influenzare il programma del partito, reclutare una nuova generazione di dirigenti e conquistare consensi soprattutto tra giovani, laureati e minoranze etniche.