Bernie Sanders deve avere qualche parente in comune con Alessandro Giuli. Quaranta i minuti di ritardo (dello scandalo) da parte del ministro, una trentina secca quelli del senatore del Vermont. Anche se, tra gli applausi scroscianti, a Sanders la folla dell’Auditorium del Salone del Libro di Torino 2026 perdona tutto. A partire da quel format iniziale, modello comizietto, che Bernie avrà ripetuto parecchie volte e che andrebbe aggiornato con l’acquisizione della Warner da parte di Larry Ellison. L’84enne leader democratico, che fa rabbrividire i repubblicani più liberisti che gli danno del “socialist” da almeno vent’anni, è sotto la Mole per presentare il suo volumetto manifesto Contro l’oligarchia (Chiarelettere). Power to the people, canta John Lennon dagli altoparlanti. Mentre Sanders sale sul palchetto del comizio e si appoggia curvo in una delle sue pose tipiche diventate perfino t-shirt e meme. Pochi minuti per ricordare che negli Stati Uniti e nel resto del mondo i già pochissimi ricchi negli ultimi vent’anni sono diventati ancora più ultraricchi e i poveri sono diventati sempre più poveri.
Una sperequazione sempre più netta, spiega Sanders, qualcosa come quattro società come Black Rock, Vanguard, Fidelity e State Street che possiedono il 95% dei risparmi privati dell’intero popolo degli Stati Uniti. I nomi degli oligarchi cattivi li fa tutti a partire da Elon Musk, per passare al sempiterno Murdoch e al famigerato amicone di Trump, Ellison, fino a quelli che con i Democratici erano pure amici: Zuckerberg e Bezos. “I boss delle big tech sono pochissimi ed estremamente avidi. Ricordano i monarchi che avevate qui in Europa nel diciannovesimo secolo. Si arrogano il diritto di governare su tutto e su tutti”, spiega Sanders rispondendo alle domande del direttore di IlPost, Francesco Costa.













