La richiesta di una «revisione del patto di stabilità» è stata scritta ieri nella mozione sul caro-energia presentata al Senato dal centrosinistra: Partito democratico, Cinque Stelle, Alleanza Verdi Sinistra e Italia Viva. Questo potrebbe anche essere un segno di discontinuità rispetto alla storia recente che ha visto un esponente di peso del Pd, l’ex presidente del consiglio Paolo Gentiloni, negoziare e poi condividere il «patto» che il centro-sinistra intende ora cambiare.

Gentiloni ha raccontato che il patto è stato l’esito di una dura negoziazione sia con Valdis Dombrovskis, allora vicepresidente della Commissione Ue e oggi commissario all’Economia, sia con la Geramania e i suoi satelliti. La difficile mediazione avvenne tra la fine del Covid nel 2021 (quando il vecchio patto di stabilità fu sospeso) e il 2023 (quando il nuovo patto è stato varato. Allora Berlino non intendeva accettare modifiche sttrutturali alla precedente impostazione, tra l’altro abbozzate da Gentiloni, e giocò sporco con gli altri governi. Se non fosse passata la «sua» impostazione sarebbe tornato in vigore il patto precedente. Le condizioni erano ugualmente un capestro, ma almeno lasciavano la possibilità di una «deviazione» di un anno alla volta rispetto a un percorso che resta rigido: i parametri del 3% per il rapporto deficit/Pil e del 60% per il rapporto debito/Pil.