PAVIA. Memoria e libertà. Gherardo Colombo, il magistrato che ha scoperto la loggia P2 e attraversato Mani pulite, porta questi due concetti nel mezzo di una domanda che non si chiude: che ne è della giustizia per Andy Rocchelli, il fotoreporter pavese ucciso nel Donbass il 24 maggio 2014 da un attacco dell'esercito ucraino, mentre documentava i civili intrappolati nella guerra? Dodici anni dopo, il Collegio Ghislieri gli dedica il Giardino della Ricerca.Se pensa al caso Rocchelli dal punto di vista della giustizia penale, qual è il suo giudizio?«La giustizia penale ha fatto quello che poteva fare. Il processo italiano ha stabilito che Rocchelli e Mironov furono uccisi dall'esercito ucraino. Ma l’imputato — il soldato Vitalij Markiv — è stato assolto in appello perché le prove non erano sufficienti per affermare che avesse commesso il fatto, per via del mancato rispetto di garanzie — anche nei confronti dell’esatta ricostruzione dei fatti — nell’acquisizione di alcune dichiarazioni chiave. Non si può chiamare impunità, nel senso tecnico del termine: se una persona viene assolta, da un punto di vista giuridico non esiste relazione tra la persona accusata e il reato».Eppure siamo in una situazione in cui la verità dei fatti è accertata — l’attacco ucraino è stato definito in appello privo di qualsiasi provocazione — ma quella verità non ha prodotto conseguenze giuridiche. Come si esce da questa contraddizione?A volte è difficile ricostruire esattamente i fatti, ma ci si può arrivare vicini. Intanto, ripeto, si è accertato che autore dell’omicidio è l’esercito ucraino. E non risulta che esistessero ragioni perché si sparasse. Non sappiamo a chi attribuire l’iniziativa. È l’unico tassello che manca, certo molto importante. La giustizia dei tribunali non ha risposto completamente a ciò che le è stato chiesto. Ma mi domando: sta soltanto lì, nei tribunali, la giustizia? Allora esiste un’alternativa alla giustizia penale, quando la giustizia penale non arriva? Quando è praticabile esiste un’alternativa che possiamo definire diretta, sostitutiva cioè propria del processo penale.Cosa serve per non distogliere lo sguardo: coraggio o responsabilità?«Francamente non credo tanto al coraggio: quando si sente che un comportamento vada tenuto, e lo si sente profondamente, diventa quasi automatico tenerlo. La responsabilità è qualcosa di diverso: è l’onere e la capacità di rispondere. Rispondere all'altro. È l’altra faccia dell'esercizio della libertà. Nel Grande Inquisitore di Dostoevskij — quello straordinario capitolo dei Fratelli Karamazov in cui il vecchio cardinale imprigiona Cristo perché ha ridato agli uomini la libertà, che è un peso insostenibile per la maggior parte di loro — c’è una domanda che non si risolve mai: l’essere umano è davvero in grado di esercitare il libero arbitrio? O preferisce delegare, obbedire, lasciarsi guidare? Kant lo diceva già nel 1784, in quel saggio che è forse la definizione più precisa dell’illuminismo: “pigrizia e viltà sono le cause per cui tanta parte degli uomini, dopo che la natura li ha da lungo tempo liberati dall’altrui guida... rimangono tuttavia volentieri minorenni a vita... È così comodo essere minorenni”. C’è sempre qualcuno disposto a pensare (e a scegliere) al posto nostro. Ma la libertà non è qualcosa che si possiede una volta per tutte: esiste nella misura in cui la si esercita. Se distogliamo lo sguardo, se ci giriamo dall’altra parte, non perdiamo solo Andy Rocchelli. Perdiamo l’Ucraina, l’Iran, Israele, il Libano. Il responsabile va a votare. L’irresponsabile no. La differenza non è eroica: è strutturale. È la differenza tra chi sceglie e chi obbedisce alle scelte di altri. E delle scelte siamo responsabili».
«Rocchelli, il ricordo è giustizia» Gherardo Colombo riflette sull’uccisione del fotoreporter
Domenica 24 maggio l’ex magistrato sarà al Ghislieri per l’inaugurazione di un giardino dedicato alla memoria del giornalista morto in Donbass











