Stanno gradualmente scomparendo dai nostri ecosistemi, sotto la pressione dei pesticidi, agricoltura intensiva, perdita di habitat e cambiamenti climatici. Così, una specie di ape e farfalla su dieci è a rischio di estinzione, una su tre in declino. E mentre l’Europa ha fissato l’obiettivo di invertire il declino degli impollinatori entro il 2030, i dati più recenti mostrano quanto la situazione resti fragile. Per loro, certo, ma anche per noi: le api e gli altri impollinatori garantiscono la riproduzione del 75% delle colture alimentari mondiali. Di più: in Europa, secondo Ispra, circa l'80% delle specie coltivate dipende dall'impollinazione degli insetti. Insomma: senza di loro potremmo dover dire addio a mele, fragole, zucchine, mandorle e ciliegie. Così, nella Giornata Mondiale delle Api, che ricorre come ogni anno il 20 maggio, le luci dei riflettori si accendono sul loro monitoraggio e sulla loro tutela, che è tutela della biodiversità ma anche difesa dell’equilibrio della nostra alimentazione, del paesaggio e dell’agricoltura, per come la conosciamo.
Se le apri arrivano prima
C’entra il cambiamento climatico? Certo. L’ultimo allarme arriva dal Nord America: qui, dopo una serie di ondate di calore record, la stagione degli sciami di api del 2026 è iniziata insolitamente presto, addirittura 17 giorni prima rispetto all’anno scorso, costringendo gli apicoltori ad adattarsi e alimentando nuove domande su come le api mellifere stiano reagendo alla crisi climatica. Uno studio appena pubblicato da Swarmed mostra, attraverso una rete di monitoraggio composta da oltre 10.000 apicoltori specializzata nel trasferimento sicuro ed etico delle api mellifere, come l’inizio insolitamente precoce della stagione degli sciami segua diversi anni di cali record delle colonie in tutto il mondo.















