Su una cosa, tranne Donald Trump, sono tutti d’accordo: l’elefante dell’atteso incontro con Xi Jinping ha partorito il topolino del nulla di fatto. La debolezza con cui il presidente americano si è presentato a Pechino, dopo due mesi e mezzo di stallo in Iran, faceva già immaginare come sarebbe andata a finire, ma quando Donald all’ultimo minuto ha imbarcato sull’Air Force One il carismatico ceo di Nvidia, Jensen Huang, molti hanno sperato che in materia di intelligenza artificiale si potesse fare qualche passo avanti.

Così non è stato, eppure Stati Uniti e Cina si sedevano al tavolo entrambe con una vulnerabilità critica che solo l’altra potrebbe colmare nel breve periodo. La prima dispone, tramite Nvidia, dei chip più avanzati del mondo per le applicazioni di IA, e sono americani i modelli linguistici di Anthropic e OpenAI, ma dipende dalla Cina per il settantuno per cento delle importazioni di terre rare, i minerali senza i quali quei chip (e anche tantissimi altri apparati di alta tecnologia) non si fabbricano.

La seconda controlla il novanta per cento dell’estrazione e raffinazione delle terre rare pesanti, ma detiene solo il quattordici per cento (contro il settantaquattro per cento americano) della capacità di calcolo globale, senza la quale l’intelligenza artificiale è come un’automobile senza benzina. Nessuna delle due potenze, però, è stata disposta a fare la prima mossa, entrambe convinte di avere tra le mani le carte giuste per vincere questa partita. E tutto si è ridotto a un gran sfoggio di cerimoniale e dichiarazioni cerimoniose.