Per due giorni, a Pechino, la scena è sembrata quella che Donald Trump voleva costruire. L’Air Force One atterrato in Cina con a bordo i grandi ceo americani, pronti a sedere ai tavoli del potere cinese. Jensen Huang di Nvidia, i vertici di Boeing, Tim Cook di Apple, Elon Musk e altri nomi noti della Silicon Valley. I colossi della finanza e della tecnologia statunitense, insomma, al fianco della Casa Bianca. L’idea era semplice: mostrare che gli Stati Uniti restano il centro economico del mondo anche dentro la relazione più difficile del pianeta.

Ma quando la diplomazia ha sostituito le immagini di rito, è rimasta soprattutto una sensazione di freddezza.La postura cinese è apparsa immediatamente chiara. Chiara nel mostrarsi disponibile sul piano simbolico e protocollare, ma anche molto rigida sui dossier strategici. Come Taiwan, definita senza mezze misure il punto più delicato delle relazioni fra Washington e Pechino. E il fatto che Xi Jinping abbia evocato apertamente la “trappola di Tucidide” durante il vertice, è apparso come un segnale politico molto pesante. Un concetto che la leadership cinese usa raramente in modo così diretto nei faccia a faccia ad alto livello.

Secondo diversi analisti, Trump lascia Pechino con molti sorrisi diplomatici e poche vittorie concrete. E non è un caso che a summit concluso, i mercati abbiano reagito virando in negativo.