Video e meme sono tutti dedicati a Elon Musk e Jensen Huang. Eppure, nella delegazione che ha accompagnato il presidente statunitense Donald Trump da Xi Jinping a Pechino c'era un'altra figura altrettanto importante: Michael Kratsios. Forse un nome meno noto ai mezzi d'informazione rispetto a quelli dei super manager di Tesla, SpaceX e Nvidia. Eppure, dalla sua presenza è arrivato uno dei segnali più importanti del summit fra la Repubblica Popolare Cinese guidata da oltre un decennio da Xi Jinping e Stati Uniti d'America (USA): oltre a commercio, energia, Iran e Taiwan il vertice è ruotato anche intorno alla competizione tecnologica.Il ruolo di Michael KratsiosCome direttore dell'Ufficio per la politica scientifica e tecnologica della Casa Bianca, il ruolo di Kratsios si concentra sul garantire che gli USA mantengano la leadership nelle tecnologie critiche ed emergenti, come l'intelligenza artificiale, l'informatica quantistica e le biotecnologie. Kratsios ha peraltro un legame forte con la Cina. Nel 2010 è stato visiting scholar presso l'Università Tsinghua di Pechino, dove ha tenuto un corso di economia. Ma è tutt'altro che una colomba. Durante il processo di nomina, Kratsios ha identificato la Cina come “il nostro principale rivale geopolitico e il nostro più formidabile concorrente tecnologico e scientifico”.Il mese scorso, ha affermato che le entità cinesi che utilizzano l'intelligenza artificiale sono tra gli attori stranieri che hanno lanciato “campagne di distillazione clandestine e non autorizzate” per rilasciare modelli che sembravano eguagliare i sistemi leader a una frazione del costo. A gennaio, ha anche affermato che la decisione della precedente amministrazione statunitense guidata da Joe Biden di eliminare la China Initiative, che prendeva di mira gli scienziati di origine cinese, era stata “dannosa”. Era stata la prima presidenza Trump a lanciarla e prendeva di mira gli scienziati con sospetti legami con Pechino. L'obiettivo era combattere lo spionaggio, ma l'iniziativa fu criticata per presunti pregiudizi razziali.Insomma, come ha scritto il South China Morning Post, "Kratsios rappresenta l’idea che l’America debba coordinare ricerca, industria, sicurezza nazionale e diplomazia per impedire alla Cina di raggiungere o superare gli Stati Uniti nei settori critici". Il fatto che fosse lui il principale consigliere scientifico di Trump presente a Pechino ha alimentato l’ipotesi che l’AI fosse uno degli snodi più critici nell’agenda del faccia a faccia con Xi. Con un messaggio, peraltro reso chiaro dalle ultime mosse della Casa Bianca in materia di restrizioni alle catene di approvvigionamento più avanzate: il tema AI è parte integrante della competizione strategica tra i due Paesi.AI al centro del verticeIn effetti, l’intelligenza artificiale è stata uno dei dossier più importanti del summit, anche perché è stata trattata come il punto d’intersezione tra una serie di nodi critici come i microchip, i controlli all’export, la cybersicurezza e gli equilibri industriali tra USA e Cina. Il primo accordo ufficiale, o quantomeno il primo esito dichiarato, riguarda dunque l’apertura di un meccanismo di dialogo sull’AI. Non siamo davanti a un trattato, né a un regime condiviso di governance, né a un’intesa sui controlli all’export. Siamo davanti a qualcosa di più limitato, seppur politicamente significativo: Washington e Pechino si riconoscono come “due superpotenze dell’AI” e provano a costruire un canale per discutere su sicurezza dei modelli, standard operativi, rischi di proliferazione e uso malevolo.In superficie, è stato prodotto un linguaggio rassicurante: dialogo, migliori pratiche, sicurezza, prevenzione dell’accesso ai modelli avanzati da parte di attori non statali. In realtà si tratta di una cooperazione minima, ben lontana da una distensione tecnologica. Il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, lo ha detto con chiarezza: gli Stati Uniti possono discutere di AI con la Cina perché “sono in vantaggio” e perché vogliono definire un protocollo sulle migliori pratiche per impedire che modelli avanzati finiscano nelle mani di attori non statali.L'obiettivo reale è impedire che capacità troppo potenti escano dal controllo statale o para-statale. In altre parole, l’AI viene trattata come tecnologia dual use, paragonabile per sensibilità strategica ai semiconduttori avanzati, alla crittografia, alla cyberintelligence e, in prospettiva, ad alcune categorie di armamenti. Lo scopo è dunque non tanto trovare un accordo quadro o favorire una "democratizzazione dell'AI", quanto evitare che la competizione tech tra le due potenze finisca fuori controllo.La risposta cinese e il contropiede di AnthropicLa Cina ha risposto in modo molto più vago. Quando il portavoce del ministero degli Esteri Guo Jiakun è stato interrogato sui risultati concreti del vertice in materia di AI, non ha confermato dettagli sostanziali. Ha ripetuto la formula cinese secondo cui lo sviluppo dell’intelligenza artificiale dovrebbe essere “aperto, inclusivo, vantaggioso e benefico per tutti”. È una risposta volutamente elastica. Da un lato consente a Pechino di non respingere il dialogo, dall’altro evita di accettare pubblicamente un’agenda statunitense centrata su contenimento, sicurezza, accesso selettivo e gerarchia tecnologica. La Cina vuole sì sedersi al tavolo della governance globale dell’AI, ma non vuole farlo in una posizione di apparente subalternità rispetto a Washington.Mentre a Pechino andava in scena il vertice, si è mossa anche Anthropic, la benefit corporation statunitense di intelligenza artificiale fondata dai fratelli Amodei, lanciando un avvertimento sulla necessità per gli Stati Uniti di conservare un vantaggio strategico sulla Cina, sostenendo controlli più stretti su microchip e intelligenza artificiale. Contestualmente, l'azienza con sede a San Francisco ha annunciato che sta valutando la partecipazione a un consorzio giapponese per la difesa informatica, mettendo a disposizione capacità avanzate per proteggere infrastrutture, reti governative e sistemi industriali. Si tratta di uno sviluppo non banale, visto che Tokyo è un avversario regionale di Pechino.L'avventuroso viaggio di Jensen HuangOltre a Kratsios, a Pechino c'era anche Jensen Huang. L'amministratore delegato di Nvidia, un habitué in Cina, era stato inizialmente escluso dalla lista dei manager. Il suo reinserimento in extremis ha trasformato Huang in una sorta di personaggio narrativo del summit. Sui social cinesi, il suo arrivo quasi rocambolesco ha alimentato meme, aspettative e letture di mercato.D'altronde, negli ultimi anni Nvidia è stato il simbolo della dipendenza cinese dai chip AI americani. Se Huang non c’è, Pechino legge chiusura. Se Huang viene richiamato all’ultimo momento, i mercati e gli osservatori immaginano che qualcosa possa muoversi su H200, licenze e accesso cinese all’ecosistema Nvidia. Eppure proprio qui sta il paradosso: la presenza di Huang ha alzato le aspettative, ma non ha prodotto una svolta pubblica. Trump ha riconosciuto che il tema H200 è stato affrontato, ma ha anche detto che la Cina non ha ancora accettato perché vuole sviluppare microchip fatti in casa.I segnali politici su Nvidia e HuaweiIn realtà, la Cina ha ancora bisogno di Nvidia e delle GPU (unità di elaborazione grafica) avanzate della filiera occidentale. C'è però un aspetto politico: Pechino vuole mostrare che la sua dipendenza si sta riducendo. Nvidia è diventata una leva negoziale doppia. Per Washington, concedere o negare l’accesso a chip come H200 significa modulare la velocità dell’AI cinese. Per Pechino, accettare o rifiutare quei chip significa comunicare il proprio grado di dipendenza.Non a caso, alla vigilia del vertice, la televisione di Stato cinese ha mandato in onda un raro servizio all'interno di un laboratorio di Huawei, alla presenza del fondatore Ren Zhengfei e del vicepremier Ding Xuexiang. Anche l'assenza di quest'ultimo durante i colloqui con Trump ha rappresentato un segnale preciso, visto che si tratta dell'uomo chiave per i negoziati in materia tech.Parafrasando, il messaggio della Cina agli Stati Uniti, è stato oltremodo chiaro: presto non avremo più estremo bisogno dei vostri chip. Che questo sia vero è discutibile, ma che Pechino voglia farlo credere è evidente. La logica è negoziale, come se Xi Jinping volesse suggerire che è l'America ad avere più bisogno delle terre rare cinesi di quanto la Cina non abbia bisogno della tecnologia a stelle e strisce.