Sono passati più di 50 anni da quando Brian Jenkins, uno dei principali esperti di terrorismo, scriveva: «I terroristi vogliono molte persone che guardano, non molte persone morte». Alla base della sua analisi, vi era il convincimento che il terrorismo fosse una forma di teatro: un palcoscenico da cui poter raggiungere un pubblico che andava ben oltre quello delle immediate vittime. Un obiettivo da ottenere mediante la performance di una violenza accuratamente orchestrata, la sceneggiatura di una tensione drammatica ottimizzata al fine di raggiungere la massima visibilità.

I tragici fatti che hanno travolto l’endemica tranquillità della città di Modena non hanno a che fare col terrorismo. Non sotto il profilo giudiziario, almeno. Ad oggi, infatti, l’accusa a carico di Salim El Koudri è di strage con l'aggravante delle lesioni gravissime. Nessuna imputazione per terrorismo gli è stata contestata. Ma per chi si occupa di sicurezza, la questione non finisce qui. E non per le possibili ricadute in termini di politica interna, come quella relativa al dibattito sul possibile ritiro della cittadinanza. I fatti di Modena aprono un nuovo scenario, in cui gli strumenti del terrorismo vengono utilizzati per fini diversi e da persone che non appartengono a gruppi terroristici e non sono nemmeno «lupi solitari», pronti ad attaccare dopo essersi radicalizzati.