BORMIO – Nascondono la fragilità con la violenza. Aggrediscono, perché credono che sia l’unico modo per farsi valere. Spesso sono giovanissimi e non percepiscono neanche il male che provocano. Uomini che uccidono le fidanzate, ragazzi che accoltellano compagni di scuola in classe o per strada. Baby-gang che colpiscono a morte per pochi euro. Se ne parla ogni giorno sui media e il tema è stato affrontato al XVII Congresso di Psichiatria di Bormio Conflitti nelle persone, nelle relazioni, nella comunità e riverberi psicopatologici.
In Italia, la violenza giovanile è in aumento, con il 12% di ragazzi coinvolto in aggressioni di gruppo e un netto incremento di risse e lesioni tra i 14-17 anni (dati Cnr), spesso legate all'uso di armi bianche. Il fenomeno è amplificato dai social media. E poi ci sono tutte quelle prevaricazioni che uomini adulti o giovanissimi commettono nei confronti delle compagne: in Italia, 1 donna su 3 tra i 16 e i 70 anni (31,5%) ha subito violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita, spesso da partner o ex partner.
Ma che cosa spinge a questa violenza? E come possiamo arginarla? "Se non c’è più moderazione e controllo si lede l’altro. Nei casi di aggressività solo a volte si è in presenza di una psicopatologia. E alcune persone sono più a rischio di diventare aggressive. La probabilità di sviluppare disturbi psichici può essere associata a fattori genetici, psicologici e sociali, compresi traumi nell'infanzia. Oggi a contribuire all’aggressività sempre più dilagante c’è anche il problema delle dipendenze: alcol e droghe sono molto diffuse e sono un potente disinibitore che può generare comportamenti violenti. E questo accade soprattutto per chi è in una situazione di fragilità psicologica”, spiega Antonio Vita, presidente della Società di Psichiatria e Ordinario di Psichiatria e Prorettore ai Rapporti con le strutture sanitarie dell’Università di Brescia.










