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26 GENNAIO 2026

Ultimo aggiornamento: 9:03

Per capire la questione del cosiddetto “disagio giovanile” bisognerebbe anzitutto chiamarlo con il suo nome: dolore. Bisognerebbe cioè partire dalla sofferenza e dalle sue cause, invece che occuparsi dei modi con cui questa sofferenza prova ad essere placata: violenza su sé e sugli altri (autolesionismo, risse, coltelli), abuso di droghe, di social media e smartphone, psicofarmaci che circolano senza ricette, ritiro sociale.

Il dolore dei ragazzi che vengono da famiglie immigrate non è difficile da comprendere: carenza di risorse economiche e culturali, povertà, anche abitativa, violenza familiare non possono che esitare in comportamenti devianti. Ma anche nelle famiglie italiane l’angoscia non manca: scarsità di fratelli, separazioni dei genitori precoci e sempre più conflittuali, nonni che muoiono – visto che si nasce sempre più tardi – educazione all’insegna della prestazione e della competizione invece che della condivisione e della socialità. Per entrambi, ragazzi di origine straniera e italiani, è invece comune lo spettacolo di un mondo attraversato da una violenza estrema, un mondo dove i capi di stato sono spesso malati psichici, un mondo armato fino ai denti.