“Un’altra aggressione. Un altro ragazzo. Un’altra morte". È così che iniziano ormai troppe notizie. Nella tarda serata di ieri un ventenne ha perso la vita a causa di una violenta aggressione avvenuta in mezzo alla strada, in un quartiere residenziale di Crema. Il giovane, Hamza Salama, di origini egiziane, è morto in ospedale.

Di fronte a questi bollettini che parlano di una società sempre più in crisi, sempre più spesso, ci limitiamo a scorrere. Leggiamo, commentiamo, magari ci indigniamo per qualche minuto, poi torniamo alla nostra giornata. Ed è proprio questo che dovrebbe preoccuparci più della violenza stessa: il fatto che stiamo imparando a conviverci.

Se non ci stupiamo più

Quando una notizia del genere smette di scuoterci davvero, significa che qualcosa dentro di noi si è già incrinato. Un ragazzo di vent’anni ucciso in strada, colpito con una brutalità che non si improvvisa: calci, pugni, una spranga, armi da taglio. Non è un gesto nato in un attimo, ma l’esito finale di qualcosa che cresce nel tempo, spesso sotto gli occhi di tutti. E allora la domanda non può fermarsi solo al “chi è stato”.

Il Manifesto: non lasciamo sole scuola e famiglie di fronte alla violenza dei ragazzi