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Ogni volta che il terrorismo colpisce l'Europa, il riflesso più immediato è quello dell'emergenza, ossia quello di parlare del nome dell'attentatore, il luogo, il numero delle vittime, le dichiarazioni ufficiali, le rassicurazioni istituzionali. Poi, lentamente, tutto rientra nel flusso ordinario delle notizie. Si archivia il fatto come un episodio isolato, una deviazione individuale, un gesto di follia. Eppure, dietro ogni attento, rimane una domanda che l'Occidente continua a rinviare: quanti segnali ancora servono prima di avere il coraggio di guardare il problema nella sua profondità? Modena non è soltanto un fatto di cronaca. È un sintomo di una crisi culturale, religiosa, spirituale e politica che attraversa l'Europa da decenni e che troppo spesso viene affrontata con slogan, semplificazioni o rimozioni collettive, spiegazioni semplici, rassicuranti, spesso autoassolutorie. Il terrorismo non nasce né nel vuoto né dal vuoto. Nessun giovane si trasforma improvvisamente in una macchina di odio senza un terreno ideologico che lo prepara, lo nutra e lo giustifichi. Dietro ogni violenza sistematica esiste sempre una narrazione capace di disumanizzare l'altro, di trasformare il diverso in nemico, il dissenso in colpa, la morte in dovere morale o religioso. Questo meccanismo non appartiene esclusivamente all'islamismo ma attraversa tutta la storia umana. Ogni ideologia assolutizzata politica, etnica, religiosa o culturale quando pretende di possedere la verità totale, finisce per generare esclusione, fanatismo e violenza.