La domanda è tanto semplice quanto brutale: sappiamo davvero reagire agli orrori della nostra contemporaneità, anche a quelli che si presentano con violenza nelle strade delle città, di fronte ai nostri occhi increduli? Sabato a Modena sapete tutti cosa è successo. Un’auto lanciata a velocità folle, guidata da cittadino italiano di origini marocchine, ha travolto i passanti lungo la via Emilia, falciando uomini e donne come birilli. Scene drammatiche. Urla, corpi a terra, sangue sull’asfalto, persone in fuga, con codazzo vario di minimizzatori progressisti (è solo un pazzo) e sciacalli estremisti (è colpa dell’immigrazione). In quei momenti, però, come hanno ricordato ieri sia Sergio Mattarella sia Giorgia Meloni, mentre molti cercavano riparo, alcuni cittadini hanno fatto l’opposto: hanno iniziato a inseguire il conducente, un uomo che dopo l’impatto aveva provato anche ad aggredire dei presenti con un coltello. Non sapevano chi fosse, non sapevano se fosse armato, non sapevano se avrebbe colpito ancora. Eppure hanno scelto di fermarlo. Lo hanno rincorso, circondato, bloccato fino all’arrivo delle forze dell’ordine e con un gesto istintivo hanno evitato che la tragedia diventasse ancora più grave. La domanda è tanto semplice quanto brutale: sappiamo davvero reagire agli orrori della nostra contemporaneità, anche a quelli che si presentano con violenza nelle strade delle città, di fronte ai nostri occhi increduli? Nelle strade di Modena, qualcosa si è visto, sulla capacità di reagire con forza all’orrore, e per fortuna gli sciacalli che hanno infestato le pagine dei social di scemenze non sono stati dominanti. Ma ci sono strade dove invece l’orrore genera indifferenza e dove l’indifferenza produce rimozioni e dove le rimozioni a loro mostrano vulnerabilità spaventose e preoccupanti. E se ci spostiamo per un istante da Modena e allarghiamo la nostra inquadratura al resto d’Europa la nostra attenzione rispetto alla capacità di reagire con forza agli orrori della nostra contemporaneità, anche a quelli che si presentano con violenza nelle strade delle città, di fronte ai nostri occhi increduli, ci portano nel Regno Unito.Nelle ultime settimane, lo sapete, il Regno Unito ha catturato l’attenzione degli osservatori per ragioni di tipo politico. La crisi di Keir Starmer, la sconfitta alle amministrative, i parlamentari laburisti che si sono rivoltati contro di lui, il rischio di avere un altro premier in Inghilterra che, come molti suoi recenti predecessori, possa ritrovarsi con la testa che rotola fuori da Downing Street. Il Regno Unito, però, dovrebbe catturare l’attenzione anche per un tema più delicato, più profondo, più radicale, che riguarda la sua lenta, progressiva e inesorabile trasformazione in un drammatico laboratorio di antisemitismo per il resto d’Europa. La domanda è sempre la stessa: sappiamo reagire? Lo scorso 23 marzo sono state incendiate due ambulanze dell’associazione ebraica Hatzola a Golders Green, a Londra. Il 15 aprile, a Finchley, c’è stato un attacco contro una sinagoga. Il 17 aprile c’è stato un attacco contro locali legati a una charity ebraica a Hendon, il 18 aprile è stata attaccata un’altra sinagoga a Harrow, il 29 aprile due ebrei britannici sono stati accoltellati ancora a Golders Green. Il 19 aprile, la polizia britannica ha affermato di aver avviato indagini per verificare se alcuni di questi attacchi siano stati portati avanti da reti legate all’Iran. Il 14 maggio, infine, il capo della polizia metropolitana, Mark Rowley, ha scritto ai deputati che “gli ebrei britannici non sono attualmente al sicuro nella loro capitale”. Alla fine dello scorso anno, il Community Security Trust ha registrato 3.700 episodi di odio antiebraico nel Regno Unito: secondo dato peggiore annuale di sempre, dopo i 4.298 del 2023, e sopra i 3.556 del 2024. Nel 2022 erano stati 1.662. Il Cst sostiene che nel 2025 la media mensile è stata di 308 episodi, esattamente il doppio della media mensile dell’anno precedente al 7 ottobre 2023.Storie diverse, reazioni simmetriche, necessità inevitabili: sappiamo reagire? L’assedio contro gli ebrei nel Regno Unito ha spinto molti osservatori a porsi delle domande necessarie sul rischio di restare indifferenti di fronte al nuovo antisemitismo, così maledettamente simile al vecchio (l’antisemitismo, in fondo, è come un virus, muta, cambia linguaggio, si adatta all’epoca, ma sempre da lì parte, sempre dall’odio contro gli ebrei). E gli spunti di riflessione più interessanti sono stati offerti giorni fa dal Times, che in un articolo dedicato alla necessità di schierarsi con gli ebrei, costi quel che costi, ha ricordato una verità semplice ed elementare. Un pezzo d’opinione pubblica, nel Regno Unito e nel resto d’Europa, ha iniziato da tempo a considerare gli atti di antisemitismo se non come una legittima reazione certamente come una comprensibile reazione planetaria contro Israele. Lo schema è il solito. Israele porta disordine nel medio oriente, con le sue guerre, e tutti i complici dello stato ebraico, ebrei in primis, non possono stupirsi di essere considerati come dei bersagli. Lo scatto logico che ha permesso di creare un unico collegamento tra ciò che, secondo i detrattori dello stato ebraico, merita Israele e ciò che meriterebbero di conseguenza gli ebrei è tutto in un concetto che ormai abbiamo non solo assimilato ma semplicemente accettato: l’antisionismo. E’ l’antisionismo, ricorda il Times, che permette a un antisemita di essere antisemita senza doverlo neppure ammettere. E’ l’antisionismo, ci dice la cronaca di questi anni, che ha permesso di considerare l’esportazione dell’intifada nel mondo come un elemento tutto sommato comprensibile nella lotta vitale contro Israele. Ed è ancora l’antisionismo ad aver messo in secondo piano un dato che sfregio dopo sfregio tende inesorabilmente a essere dimenticato: gli ebrei che vengono colpiti a Londra come nel resto d’Europa sono ebrei la cui unica colpa è quella di essere ebrei. Il segretario generale dell’Onu António Guterres, dopo il 7 ottobre, con onestà intellettuale verrebbe da dire, disse subito che, fermo restando l’orrore dei terroristi islamici, bisognava “riconoscere che gli attacchi di Hamas non sono avvenuti nel vuoto”. Lo schema si è dunque ribaltato. Da subito. Il 7 ottobre, in medio oriente, ha costretto Israele a rafforzare le sue difese. Ma dal 7 ottobre in poi, in modo speculare, le difese in giro per il mondo per difendere gli ebrei si sono indebolite a causa di una linea di pensiero che grosso modo suona così: la colpa di quello che succede e succederà agli ebrei è solo degli ebrei. Mathias Döpfner, amministratore delegato di Axel Springer, giorni fa ha scritto su Die Zeit un potentissimo manifesto per spiegare perché, come reazione all’antisemitismo, il mondo libero non può più permettersi di denunciare sottovoce quello che si trova di fronte. L’antisemitismo, dice Döpfner, non è più un’ombra nera proveniente dall’Austria e dalla Germania. E’ diventato un prodotto di esportazione globale. Ha successo soprattutto tra i giovani. E’ stato modernizzato e ringiovanito, quasi come se fosse diventato un fenomeno pop, e si è ormai diffuso a velocità vertiginosa, attraverso il filtro dell’antisionismo, in tutta Europa, nelle università, nel mondo dell’arte e della cultura, sui social media e nelle strade delle nostre città: nelle parole e nei fatti. Perché alla violenza verbale segue regolarmente quella fisica ed è per questo che laddove l’antisionismo spopola, come in Germania, Francia e Inghilterra, non si può più dire che vi siano condizioni capaci di rendere davvero sicuri gli ebrei. Per reagire a questo nuovo orrore, dice Mathias Döpfner, non basta evitare di trasformare una legittima critica contro le politiche di Israele in un lasciapassare per la demonizzazione del popolo ebraico. Per reagire occorrono due svolte culturali.La prima svolta riguarda il coraggio nell’utilizzo delle parole. Sionismo non è un insulto. Per sionismo si intende un concetto semplice: che gli ebrei, specie dopo aver patito duemila anni di persecuzioni, espulsioni e genocidi, hanno lo stesso diritto di ogni altro popolo a vivere nel proprio stato, in autodeterminazione, pace e sicurezza. Per questo chi mette in discussione questi diritti non mette in discussione solo Israele: mette in discussione i princìpi su cui si fondano le società libere. E per questo “chiunque tenga davvero alla democrazia, alla libertà e all’umanità deve oggi essere sionista”, come lo deve essere “chiunque tenga alla società aperta e al nostro stile di vita”.La seconda svolta è insieme culturale e politica. Döpfner non si limita a sostenere la necessità di avere una politica di tolleranza zero verso l’odio antiebraico esplicito. Döpfner dice che in una fase straordinaria come quella che stiamo vivendo, una fase in cui gli ebrei scappano dall’Europa, scappano dalle nostre città, sono perseguitati per quello che sono e per quello che credono, bisognerebbe dare una grande prova di tolleranza e aiutare l’Europa a diventare più ebraica, ragionando su forme di naturalizzazione facilitata per le famiglie ebraiche. Ma Döpfner invita prima di ogni altra cosa a mettere al centro del dibattito un’altra riflessione. La diffusione dell’antisionismo incontrollato – diffusione che in molti paesi europei ha un legame stretto con la diffusione dell’islamismo radicale, che grazie a un pericoloso mix tra multiculturalismo sfrenato e wokismo esasperato è entrato come una lama nel cuore delle nostre democrazie – non riguarda Israele ma riguarda tutti noi. Se l’occidente, inteso come mondo libero, non si renderà conto di quelle che sono le radici dell’antisemitismo, che spesso sono le stesse dell’antisionismo, distruggerà sé stesso. La caccia all’ebreo in Inghilterra è lì a consegnarci una lezione. L’antisemitismo non è un problema degli ebrei. L’antisemitismo, insieme alla sua versione fintamente più edulcorata di antisionismo, è oggi uno dei test più spietati sulla salute morale delle nostre democrazie. A Modena, per una storia diversa, l’Italia si è mostrata tutto sommato reattiva contro un attacco costruito usando il format classico del terrore jihadista. Aprire gli occhi rispetto a quanto sta succedendo nel Regno Unito dovrebbe essere necessario per non farci trovare impreparati di fronte a un terrore più strutturato che sta nuovamente minacciando l’Europa: l’antisemitismo. Scegliere da che parte stare, in fondo, non dovrebbe essere così difficile.