La “decivilizzazione”, concetto elaborato dal sociologo Norbert Elias, ha acquisito negli ultimi anni una risonanza inquietante. Emmanuel Macron vi ha fatto ricorso per descrivere fenomeni di regressione sociale in cui le norme di convivenza, autocontrollo e monopolio statale della violenza sembrano erodersi. Negli ultimi cinque anni si è assistito in Europa a una serie di episodi violenti che sfuggono alle categorie consolidate del terrorismo islamico, pur mantenendo con esso legami culturali o psicologici. L’attentatore di Modena, di seconda generazione marocchina, sembra inserirsi in un panorama in cui l’auto usata come arma (due settimane fa due morti a Lipsia) e il coltello brandito in luoghi quotidiani (parchi, scuole, mercati) ricorrono con frequenza.Profili ibridi di giovani sradicati, segnati da fallimenti personali e mentali, da subculture digitali radicali e da un risentimento che attinge a narrazioni islamiste senza necessariamente aderirvi in modo ortodosso. Gilles Kepel ha parlato di “jihadismo d’atmosfera”: un clima che non richiede appartenenza formale a organizzazioni, ma che si nutre di un immaginario diffuso, di un senso di alienazione e di una percezione di contrapposizione tra “noi” e un occidente percepito come ostile (“vivo in un paese di razzisti” ha detto ieri Salim El Koudri agli inquirenti). Nessuna bandiera nera dell’Isis trovata in auto, come per l’attentatore di New Orleans, texano di nascita, veterano dell’esercito, laureato, padre di tre figli e che aveva scalato i vertici aziendali di Deloitte. E neanche un “Allahu Akbar”, come per l’attentatore fuori dalla Conferenza per la sicurezza di Monaco.Per ora, sull’attentatore di Modena, soltanto ipotesi di “legami con la galassia estremista” (quale è lasciato intendere), a cui si preferisce la pista dei “disagi psichici”. Sufficienti per scatenare i soliti strali antimigratorii e autocensure multiculturali che non spiegano niente. L’attentatore di Magdeburgo (cinque morti), Taleb Al Abdulmohsen, è un medico che si dice avesse lasciato l’islam ma che era stato segnalato ai tedeschi dai sauditi come “pericoloso”. Perché attaccare un mercatino di Natale?A Southport, in Inghilterra, un “gallese-ruandese” di nome Axel Rudakubana accoltella a morte tre bambine e la loro insegnante a una scuola di ballo. Islamista? Non sembra, ma a casa di Rudakubana la polizia ha trovato un manuale di al Qaida su come fabbricare bombe. Ad Annecy, in Francia, un uomo venuto dalla Siria e a cui la Svezia aveva rifiutato la naturalizzazione, entra in un parco accoltellando i bambini. Si era proclamato cristiano per avere l’asilo. A Dublino, tre bambini sono accoltellati fuori dalla scuola cattolica di Cólaiste Mhuire da un algerino (ma fecero più notizia le sommosse violente che seguirono). Ad Aschaffenburg, la “Nizza bavarese”, un afghano segue in un parco un gruppo di bambini in gita, ne uccide uno di due anni assieme a un uomo. L’arrestato si chiama Enamullah e viveva in un centro per richiedenti asilo. Nessuna tessera di Isis e al Qaida o bandiera nera. La guerra fra gang in Svezia non ha una matrice religiosa, ma non esisteva prima che l’immigrazione sfuggisse di mano e spingesse la pacifica Svezia dell’Ikea e di Greta a discutere dell’uso dell’esercito nelle strade. Di fronte a questi eventi drammatici, le risposte seguono spesso un copione prevedibile: si sopprimono le informazioni sull’identità del sospettato, se ne invocano i “disagi psichiatrici” (che non valgono, pare, per Eitan Bondi), i commentatori si preoccupano della “disinformazione” e dell’“islamofobia” come se fosse terrorismo solo se l’autore della strage firma un’autocertificazione preventiva in cui dichiara di essere un terrorista i politici evitano conversazioni imbarazzanti sui fallimenti del multiculturalismo e la mancanza di adesione ai principi occidentali, il pubblico è incoraggiato a partecipare a manifestazioni di commemorazione e riconciliazione. La stampa francese ha passato i giorni successivi all’attacco di Crépol a definirlo una “rissa” tra adolescenti, quando era la spedizione di una banda di giovani nordafricani (Chaïd, Ilyes, Yasir, Mathys, Fayçal, Kouider e Yanis), usciti dalla città vicina con il preciso scopo di “uccidere i bianchi”, portando lame con le quali pugnalare il sedicenne Thomas alla gola e al torace, uccidendolo. Poi per fortuna il portavoce del governo, Olivier Véran, ha ammesso che non si trattava di “una semplice rissa”, ma di un “dramma che ci mette a rischio di un cambiamento nella nostra società”. Riconoscere questi drammi non equivale a proporre slogan semplicistici o soluzioni xenofobe. Ma se non inizieremo a riconoscere il mondo nuovo in cui ci ha trascinato con sé il multiculturalismo e ci limiteremo a transennare parchi e scuole dopo le coltellate, a chiedere di non “sfruttare la paura”, a inserire blocchi di cemento all’ingresso delle aree pedonali, la coperta della “diversità” sarà sempre troppo corta. Norbert Elias insegnava che la civilizzazione è un processo fragile, reversibile.
Dopo Modena: chi sono queste figure ibride, inclassificabili e accomunate dall’odio per l’occidente
Se ci limiteremo a transennare parchi e scuole dopo le coltellate, a chiedere di non “sfruttare la paura”, a inserire blocchi di cemento all’ingresso delle aree pedonali, la coperta della “diversità” sarà sempre troppo corta. Norbert Elias insegnava che la civilizzazione è un processo fragile, reversibile












