Negli anni Cinquanta del secolo scorso, in Francia, si verificarono conflitti molto aspri tra lavoratori locali e lavoratori immigrati: e, a sostenere i primi contro i secondi, era la Cgt (Confédération générale du travail), sindacato di ispirazione comunista.

Alla fine degli anni Ottanta, a Milano e a Torino, le prime mobilitazioni anti-migranti vedevano, accanto a militanti del Movimento sociale italiano e della Lega Nord, un certo numero di “sinceri democratici”, fortemente inquieti per la propria condizione economica e sociale e angosciati per il destino proprio e dei propri figli. Fatti analoghi accadevano in gran parte dei Paesi occidentali.

Nel 2017 ebbi la ventura di promuovere la mobilitazione parlamentare per l’approvazione dello ius soli, non dico nell’ostilità, ma senza dubbio nella malmostosa neghittosità di parte della sinistra. Il tentativo non riuscì.

Tutto questo per dire che quanto ha rivelato l’esito del referendum sulla cittadinanza non ha in realtà nulla di sorprendente. Che poi la totalità degli osservatori e degli analisti (e io tra questi) non l’avesse previsto rimanda alla responsabilità dell’Ottuso collettivo, per il quale non c’è attenuante alcuna. Dunque siamo in presenza, più che di una semplice sconfitta, di una disfatta politica e culturale.