Alla fine degli anni 80, Michael Porter, professore alla Harvard Business School di Boston, pubblicò i libri «La Strategia Competitiva» e «Il Vantaggio Competitivo» che rapidamente divennero i testi di riferimento per milioni di studenti. Le tesi di Porter, in estrema sintesi, raccomandavano agli Amministratori Delegati di parametrare il successo e la sostenibilità economica dell’azienda su due variabili: la crescita del mercato di riferimento e la relativa quota di mercato. Infatti, solo con alte quote di mercato in settori in forte crescita l’Azienda stessa avrebbe mantenuto o aumentato, nel tempo, il proprio vantaggio competitivo. I libri ebbero un enorme successo e furono seguiti da «La Strategia Competitiva delle Nazioni» che riprendeva, a livello Paese, i concetti dei libri precedenti.Muovendoci rapidamente ai giorni nostri, e pensando al nostro Paese nell’attuale contesto economico in grande trasformazione, possiamo dire che l’Italia ha un vantaggio competitivo? E che si dovrebbe fare per difenderlo o, meglio, per aumentarlo nei prossimi 20 o 30 anni?

La risposta è variegata e, inevitabilmente dipende dai settori industriali e dalla loro crescita. Abbiamo sicuramente un vantaggio competitivo nel settore delle Scienze della Vita. Qui la filiera composta da società farmaceutiche di prim’ordine, servizi ospedalieri specializzati, cliniche universitarie per la ricerca medica avanzata e colossi mondiali nel mondo della vista e nell’audiologia costituiscono un bacino di competenze unico, in un settore che inevitabilmente crescerà sempre più. L’esempio della rinascita di Boston, che negli ultimi trent’anni è passata dall’essere una città manufatturiera in declino a centro americano del MedTech deve far riflettere.