Per molto tempo le business school hanno avuto una missione apparentemente chiara: formare manager capaci di decidere, competere, innovare, generare valore economico. Il lessico era quello della performance: bilanci, strategia, finanza, marketing, operations, tecnologia. Oggi, però, qualcosa di diverso si muove. Sempre più sovente le scuole di management – anche le più autorevoli – stanno introducendo corsi che affrontano temi un tempo considerati eccentrici per l’educazione manageriale: spiritualità, interiorità, consapevolezza, fragilità, coinvolgimento di senso, relazione con gli altri, responsabilità morale.
Il caso del Politecnico di Milano, con il programma executive SPEM – Spiritualità e Management, si inserisce in questo filone internazionale ed è quello che ha scatenato la mia curiosità e il mio interesse. Il corso si presenta come un percorso dedicato a «ispirazioni, competenze ed esperienze per una leadership efficace nell’era dell’intelligenza artificiale» e si propone di integrare dimensione spirituale, management, cultura d’impresa, complessità e leadership.
È significativo che tra i materiali del percorso compaia anche una riflessione sulla concezione del lavoro e del guadagno dalla Bibbia all’etica protestante: non come ritorno confessionale, ma come recupero della profondità storica e culturale con cui l’Occidente ha pensato lavoro, profitto, responsabilità e limite. Non si tratta di portare la religione in azienda, ma di riconoscere che le organizzazioni non vivono solo di processi, indicatori e procedure: vivono anche di fiducia, simboli, desideri, paure, identità, relazioni, riti, senso condiviso. Detto diversamente: l’impresa è anche un sistema simbolico e antropologico, non soltanto un dispositivo produttivo.









