Nelle piccole e medie imprese italiane la formazione viene spesso associata all’idea di aggiungere qualcosa: nuove competenze, nuovi strumenti, nuove tecniche commerciali, nuove procedure. Tutto utile, almeno in teoria. Ma nelle Pmi il problema più serio, quando il mercato diventa instabile, non è solo imparare cose nuove. È disimparare quelle vecchie.
Disimparare non significa rinnegare la storia dell’azienda o buttare via ciò che ha funzionato per anni. Significa riconoscere che alcune abitudini, un tempo efficaci, possono diventare un ostacolo quando cambiano clienti, margini, banche, tecnologie, costi e tempi di incasso. L’esperienza resta un patrimonio, ma se diventa automatismo cieco rischia di trasformarsi in una gabbia. Il famoso “abbiamo sempre fatto così” sembra prudenza; spesso è solo pigrizia mentale.
Il primo comportamento da disimparare è l’idea che tutto debba passare dalla testa del titolare. In molte Pmi il cliente importante lo segue lui, il prezzo lo decide lui, la banca la gestisce lui, il problema urgente lo risolve lui. Per anni questo modello ha retto perché l’impresa era più piccola e la complessità più bassa. Poi l’azienda cresce, le persone aumentano, i margini si comprimono, la liquidità diventa più delicata e quel modello eroico si trasforma in collo di bottiglia. L’imprenditore continua a sentirsi indispensabile, ma spesso è proprio la sua indispensabilità a impedire all’azienda di evolvere.







