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Ultimo aggiornamento: 7:30
Nella piccola impresa – parlo di quella non strutturata secondo criteri manageriali – il malcontento non arriva mai con un comunicato ufficiale. Non c’è una mail collettiva, né un sondaggio anonimo compilato con cura. Arriva in modo laterale. In un silenzio più lungo del solito davanti alla macchinetta del caffè. In un “vediamo” detto con meno convinzione. In un collaboratore che smette di proporre soluzioni e si limita a eseguire. In una fronda silenziosa cui partecipano anche i più “fedeli”.
L’imprenditore spesso non se ne accorge subito. Non perché sia disattento, ma perché è immerso in altro. Clienti da seguire, fornitori da rincorrere, banche da convincere, collaboratori compiacenti per quieto vivere. Nelle Pmi il lavoro è sempre urgente, quasi mai strategico e, in ogni caso, pianificato. E il clima interno viene dato per scontato, come se bastasse la vicinanza fisica o la dimensione ridotta a garantire coinvolgimento.
Poi un giorno qualcosa si rompe. Un dipendente valido chiede un colloquio. Non per un aumento, non subito almeno. Dice che è stanco. Che non vede prospettive. Che ogni decisione deve passare da troppe mani, o peggio da una sola. Che lavora tanto, ma non sa più per cosa. In quel momento il titolare capisce che il problema non è nato ieri.






