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Ultimo aggiornamento: 7:00
Nelle piccole imprese il cambiamento non è mai un punto di partenza naturale. Le PMI, per struttura e cultura, non amano i modelli manageriali, diffidano delle best practice e tendono a vivere ogni trasformazione come un corpo estraneo alla quotidianità operativa. Finché il mercato regge, il cambiamento viene rimandato, razionalizzato, minimizzato. Si va avanti per adattamenti progressivi, spesso informali, confidando nell’esperienza dell’imprenditore e nella tenuta del sistema.
Il problema nasce quando questa resistenza iniziale viene superata. Quando l’imprenditore, spesso sotto la pressione di una crisi, di un passaggio generazionale o di un improvviso salto di complessità, si convince che cambiare non è più un’opzione ma una necessità. A quel punto il cambiamento non viene introdotto gradualmente, ma concentrato. Processi, ruoli, strumenti, linguaggi manageriali arrivano tutti insieme, come una terapia d’urto.
È in questa fase che le PMI rischiano di entrare in una zona poco esplorata ma estremamente pericolosa: la stanchezza del cambiamento. Non la resistenza al nuovo, ma l’esaurimento prodotto da un cambiamento tardivo, accelerato e cumulativo. Un affaticamento che colpisce imprenditore e collaboratori proprio nel momento in cui sarebbe necessario il massimo livello di lucidità, energia e capacità di apprendimento.







