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Ultimo aggiornamento: 7:50
Troppo facile dare la colpa alle barriere commerciali. Per molte PMI il vero ostacolo è la scarsa diversificazione dei mercati e l’incapacità di tradurre il proprio valore in un linguaggio che il mondo digitale possa capire
Quando si parla di commercio internazionale, l’attenzione ultimamente finisce quasi sempre sui dazi, cioè tasse e barriere che rendono più difficile vendere all’estero. Ma per molte piccole e medie imprese questo tema rischia di diventare anche un comodo alibi, un modo per spiegare ogni difficoltà di vendita senza guardare ai limiti strutturali e strategici che frenano davvero la crescita. Il problema, per un Paese come l’Italia, è molto più profondo.
Oggi la nostra economia si regge in larga parte sull’export e ogni anno vendiamo fuori dai confini merci per oltre 700 miliardi di euro. Sembra tanto, e lo è, ma dobbiamo chiederci dove e a chi vendiamo. Il 75% delle nostre esportazioni va verso un pugno di Paesi ricchi, come Germania, Stati Uniti, Francia, Regno Unito e Spagna, che in totale contano meno di 400 milioni di abitanti. Il resto del mondo, con mercati enormi come Indonesia, Cina, India o Brasile, e miliardi di potenziali clienti, pesa pochissimo per le nostre aziende. Prendiamo un esempio concreto: in Germania ogni anno vendiamo prodotti italiani per oltre 70 miliardi di euro, mentre in Indonesia, con più di 280 milioni di abitanti, vendiamo appena un miliardo e mezzo. Questa concentrazione ci rende vulnerabili, perché se uno di questi mercati storici rallenta o chiude le porte, noi rischiamo grosso.






