L’ennesimo discorso di stimolo all’Europa di Mario Draghi, in occasione del conferimento del premio internazionale Carlo Magno, rimarrà sospeso nell’aria, privo di attuazione immediata. Nemmeno fra dieci o vent’anni ne vedremo l’alba. L’ex Presidente della Bce elenca le stesse proposte – le abbiamo commentate spesso su formiche.net – da quando fu incaricato da Bruxelles, con Enrico Letta, a stilare un piano di rilancio del Vecchio Continente. Il copione prevede, sul momento, lodi e applausi da ogni parte, politica e istituzionale, e appena un istante dopo saluti e abbracci, in attesa del prossimo intervento.

Draghi essenzialmente certifica l’inadeguatezza d’azione dell’Europa a ventisette stati. “Siamo davvero soli insieme”. Si sa quello che manca: “enormi investimenti in energia, semiconduttori, infrastrutture di calcolo e capitale. E qui l’Europa è in ritardo”. Occorre completare le indicazioni del mercato unico europeo, dai capitali alla parte fiscale. E poi ci sono il lavoro e la difesa comune. Sono andato a scartabellare il materiale di un seminario che organizzai nel 1990, «1992: la nuova Europa economica. Il mutamento delle economie nazionali dopo la nascita del Mercato Unico», e c’era già indicata una road map di quello che si doveva fare da subito per mettere a regime soprattutto l’impianto economico. “Nulla rende tutto questo più visibile delle contraddizioni del modello economico europeo. Il risultato è stato non una vera economia di mercato, ma un’economia asimmetrica”. Sulla fattibilità delle soluzioni tecniche da intraprendere, sui modi per arrivare agli obiettivi finali, Draghi si sofferma poco. Preferisce stimolare, dare la sveglia – o così o morte –, individuando le criticità: “la debolezza nella realizzazione erode la legittimità, e la debolezza della legittimità rende la realizzazione ancora più difficile”.