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Lorenzo Nicolao

Lo storico al Salone internazionale del Libro: ogni incontro è tutto esaurito. E alla fine standing ovation di oltre un minuto. «Ecco come ho scoperto il Medioevo»

«Da piccolo non mi importava niente del Medioevo». Una frase che potrebbe essere detta da molti. Fa ben più effetto se a pronunciarla è Alessandro Barbero, forse lo storico medievista più popolare del panorama culturale italiano, per la sua capacità narrativa espressa tanto nei suoi libri, quanto in tv e nei podcast. Per lui tre incontri il mattino e un altro il pomeriggio, nella seconda giornata del Salone Internazionale del Libro di Torino. Il risultato è sempre lo stesso: tutto esaurito. Anche dopo la grandine che è imperversata sui padiglioni, prima di raccontare i libri «che gli hanno cambiato la vita». Per quasi 1.600 visitatori entrati nell’Auditorium Agnelli, altrettanti sono rimasti delusi, rimandati indietro dallo staff del Lingotto. È in questa occasione che Barbero ha raccontato un aneddoto inaspettato della sua infanzia, mentre menziona La Società Feudale di Marc Bloch. «Se non l’avessi letto, forse non mi sarei appassionato al Medioevo. Anzi, forse non sarei nemmeno uno storico, perché durante gli anni del liceo ero molto appassionato di linguistica. La storia mi ha sempre affascinato, sin da bambino, ma il Medioevo l’ho scoperto ben più che adolescente. Fino a quel momento l’avevo sempre ignorato. Era fuori dal mio orizzonte. Mi piacevano la storia antica e quella moderna, ma solo quando ho letto il libro di Bloch ho compreso chiaramente quale sarebbe stata la mia strada». Barbero ha continuato, con la sua capacità di narrare accattivante davanti al pubblico assorto. «Improvvisamente volevo essere uno storico e storico sarei diventato, ma medievista».Nell’incontro moderato da Giuseppe Laterza, durante il quale l’editore ha chiesto a molti presenti quale fosse il libro che avesse cambiato loro la vita, Barbero ha aggiunto a quello di Bloch altri tre libri che hanno determinato il suo avvenire. Gargantua e Pantagruele di François Rabelais (risalente al 1532), Napoleone di Hillaire Belloc (1932) e Il maestro e Margherita di Michail Bulgakov (1967). «Mi hanno aiutato nel mio lavoro di storico e anche in quello di scrittore. Da una parte a ricomporre i pezzi del passato, imparando che sappiamo molto poco di tutto quello che potremmo sapere, un aspetto del mio lavoro che gli addetti ai lavori spesso ignorano. Poi, soprattutto per la figura di Napoleone, quell’irresistibile tentazione di scrivere, che emerge solo quando di un argomento, o di un personaggio, si è letto tanto». Tra un applauso e l’altro per ogni suo intervento (a fine incontro gli viene riservata una standing ovation di oltre un minuto), davanti a un pubblico soprattutto giovane, Barbero ha così confermato durante la giornata del Salone torinese il successo che ha tra i lettori. Anche per la sua onestà disarmante: «Per molti anni giuria e riconoscimento sono stati orientati dalle conoscenze e dalle amicizie - ha ammesso in mattinata, mentre raccontava gli 80 anni del Premio Strega con Melania Mazzucco e Giovanni Solimine -. Ho il diritto di dirlo, perché tra gli autori che hanno vinto all’epoca ci sono anche io (nel 1996, con il romanzo Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle, gentiluomo, ndr)».