Nella colonia penale è un film che sceglie di mostrare la vita in carcere senza mostrarci le persone che vi sono ristrette. Non ci sono quasi mai volti, confessioni, primi piani consumati dalla pena. I registi rinunciano consapevolmente a quell’estetica della reclusione che il cinema e la televisione hanno trasformato in abitudine visiva. Al posto dei corpi restano gli spazi, i rumori metallici, il lavoro ripetuto, gli animali, il paesaggio dell’Asinara battuto dal vento. Restano cancelli, muri, telecamere, attese. Restano soprattutto le architetture del controllo.

Durante la presentazione del documentario della proiezione al cinema Edera a Treviso, uno dei registi presenti in sala, Alberto Diana, ha spiegato di non aver voluto mostrare le persone detenute «perché, anche ammesso che abbiano commesso qualcosa di grave, quella cosa non è abbastanza grave da dare a qualcuno il diritto di esporle». È una posizione etica importante, soprattutto dentro una cultura visuale che ha trasformato il carcere in spettacolo permanente: il dolore come intrattenimento, la marginalità come consumo estetico, la reclusione come curiosità voyeuristica. Nella colonia penale interrompe questa dinamica; non concede allo spettatore la comodità di identificare “il detenuto”. Ci costringe invece a confrontarci con qualcosa di molto più inquietante: il carcere come dispositivo impersonale, come struttura che sopravvive agli individui e continua a produrre disciplina anche in assenza dei corpi.