La fiducia, in un luogo come il carcere, è un oggetto fragilissimo. Il penitenziario è il luogo della coabitazione forzata, della condivisione di spazi angusti e non scelti, dell’esposizione del proprio dolore quando lo si vorrebbe privato. In un luogo come questo nascono rapporti umani, si sviluppano situazioni di solidarietà, ma emerge anche la necessità e l’urgenza dei propri spazi, della propria solitudine, della nostalgia degli affetti rimasti fuori.

Fidarsi di un’altra persona, in uno spazio come il carcere, è fondamentale e, allo stesso tempo, non facile. Per questo l’introduzione, nel Decreto sicurezza del governo - il quarto dal 2022 - delle “operazioni sotto copertura per la sicurezza degli istituti penitenziari” risponde a un’idea che la sicurezza la mette in discussione, iniettando un senso pervasivo di diffidenza e sospetto reciproci.

L’idea che una persona con cui si condivide la cella, o addirittura il personale educativo o sanitario, sia là per raccogliere informazioni o acquisire prove, che sia insomma qualcuno di diverso da chi sostiene di essere, non può che provocare, nella popolazione detenuta, una sensazione di distacco da quell’ambiente, un’impossibilità di fiducia verso quel luogo. Qualcosa che, inevitabilmente, contrasta con la finalità rieducativa della pena.