Non c’è tregua nel processo di militarizzazione delle prigioni. L’articolo 15 del Decreto legge ‘Sicurezza’ n.23 del 2026 (convertito nella legge n. 54/26), autorizza i nuclei investigativi della polizia penitenziaria a compiere operazioni sotto copertura all’interno delle carceri. Gli agenti potranno infiltrarsi tra i detenuti sotto le sembianze di un altro detenuto/a, di un educatore, di un volontario/a, di un operatore sanitario. Saranno coperti da eventuali reati compiuti per facilitare l’azione di spionaggio, e potranno ripetersi anche dietro le sbarre opacità, provocazioni e impunità già verificate nelle infiltrazioni di altri corpi di polizia.

Non si tratta di indagare la macro-criminalità, che resta pertinenza di altri corpi: i reati da indagare sono le lotte, le rivolte, l’associazione sovversiva, le possibili evasioni, per poi arrivare allo spaccio di droga e alla detenzione di telefonini: comportamenti che dovrebbero essere identificati dal quotidiano lavoro di sorveglianza senza bisogno di infiltrati. La misura è allarmante sotto diversi profili. Il più grave è denunciato da associazioni, operatori, giuristi/e, garanti e volontari: le operazioni sotto copertura creano una cultura del sospetto, della paura, della sfiducia, attentano alle relazioni solidali tra reclusi/e (e questo può ben essere un esito intenzionale di questa misura) e alle relazioni di fiducia, cura e tutela con gli operatori/operatrici, professionali e volontari, che vedrebbero compromessa la loro stessa funzione e messi a rischio i diritti dei detenuti/e.