Presente, passato e futuro. Tre tempi legati dalle azioni e dalle loro conseguenze, legati indissolubilmente dal pensiero che fluisce nello scorrere del tempo. In un contesto mondiale quanto mai precario e articolato, sotto diversi punti di vista, si è tenuto a Roma il convegno “Il cibo che verrà”, appuntamento inserito nel ciclo ‘Il futuro dell’umanità’ organizzato dall’Accademia dei Lincei. Due giornate di confronto e dibattito che hanno visto al centro il futuro cui andiamo incontro ma soprattutto quello che stiamo costruendo oggi, che abbiamo iniziato a progettare da ieri.
La curiosità
Dai formaggi inglesi al tubero viola: a Tuttofood i nuovi trend che incuriosiscono buyer e social
di Alessandra Iannello 12 Maggio 2026
‘Il cibo che verrà’ ha coinvolto accademici ed esperti del settore per confrontarsi con le sfide che si parano all’orizzonte del futuro. Politiche globali dell’alimentazione nel 21mo secolo, nuovi sistemi di produzione e scenari dell’agricoltura, cambiamenti climatici, tecnologie, sicurezza e qualità alimentare, nutrigenomica e salute, percezione del nuovo e politiche di ricerca sono stati i temi dibattuti. Un intervento ha puntato i riflettori sulla comunicazione, coinvolgendo in una tavola rotonda moderata dall’accademico Michele Morgante, il giornalista Bruno Gambacorta, David Gentilcore ordinario di storia moderna all’Università Ca’ Foscari, Enrica Battifoglia dalla sezione scientifica dell’Ansa, il giornalista e divulgatore Giovanni Carrada e la direttrice de Il Gusto Eleonora Cozzella. “Ricerca e innovazione possono fare cose meravigliose, ma se queste novità non vengono accettate dai consumatori restano dei vicoli ciechi” ha esordito così Morgante nell’aprire il dibattito. Ed è proprio sul tema che gli esperti si sono confrontati, ognuno con il suo approccio. “Un tizio genovese qualche secolo partì per l’Oriente, dove voleva riempire tre caravelle con spezie e oro – ha preso così la parola Gentilcore –. Non ci è arrivato, ma è tornato con piante e sementi. Per due secoli non si parlò di altro, con accesi dibattiti tra medici sull’opportunità di mangiarne i frutti. Eppure nessuno di prese la briga di chiedere agli indigeni, basandosi sulla presunta e presuntuosa superiorità degli europei verso i selvaggi inferiori”. Ci vollero decenni, secoli, perché entrassero nel sistema produttivo alimentare e venissero accettati i pomodori o le patate. “Un fattore che ha agevolato alcuni di questi alimenti dal Nuovo Mondo è l’analogia, la somiglianza con qualcosa di già noto, come il peperoncino che è entrato velocemente nelle coltivazioni, ma il cui consumo si è inserito negli usi in maniera diversa nelle regioni italiane”.












