Prima ancora delle performance, dei brindisi e delle code davanti ai padiglioni, alla Biennale di Venezia sono arrivate le proteste. Da mesi il nodo della presenza russa – tra chi ne chiede l’esclusione per l’invasione dell’Ucraina e chi la difende in nome di una cultura che dovrebbe restare «uno spazio aperto» – alimenta polemiche, tensioni e prese di posizione sempre più accese. Oltre alle ormai note dichiarazioni istituzionali e alle dimissioni della giuria, a mobilitarsi sono state anche le Pussy Riot, collettivo artistico femminista punk-rock bandito in Russia, che insieme alle ucraine Femen hanno organizzato un blitz davanti al padiglione di Mosca nei giorni della pre-apertura della manifestazione d’arte. «Siamo riuscite a rubare la scena alla Russia, mostrando la nostra rabbia e resistenza», dice a Open Nadya Tolokonnikova, fondatrice del gruppo russo, arrestata e incarcerata nel 2012 per aver eseguito una “preghiera punk” nella Cattedrale di Cristo Salvatoredi Mosca contro Putin e la chiesa ortodossa. Il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, però, non arretra. Per evitare possibili tensioni con la Commissione europea, che ha minacciato la sospensione dei finanziamenti, il padiglione russo resterà “chiuso”. L’accesso agli spazi fisici non sarà infatti consentito per tutta la durata della Biennale, ma il progetto The Tree Is Rooted in the Sky verrà mostrato tramite una proiezione esterna, senza la presenza degli artisti.
Biennale, la fondatrice delle Pussy Riot a Open: «Buttafuoco? Uomo piccolo come Putin. A Venezia dovrebbe esserci solo l’arte dei dissidenti russi»
La fondatrice del collettivo femminista punk-rock russo ha organizzato nei giorni scorsi una protesta davanti al padiglione di Mosca a Venezia. Nadya Tolokonnikova a Open: «Ancora una volta abbiamo messo in difficoltà la macchina della propaganda del Cremlino»











