VENEZIA - Dopo una settimana di Esposizione Internazionale d’Arte, ieri al Consiglio europeo per gli Affari esteri è risuonato l’allarme sul tentativo della Russia di infiltrarsi nell’Ue. A lanciarlo è stata Kaja Kallas, l’alta rappresentante che è estone, nonché figlia e nipote di deportate in Siberia: «È chiaro che i nostri avversari non dormono. È evidente che vogliono aumentare la loro influenza in Europa. Purtroppo lo vediamo già nelle organizzazioni sportive, dove agli atleti russi viene consentito di competere come se nulla fosse e ci sono discussioni al riguardo. Lo abbiamo visto anche alla Biennale di Venezia, dove erano presenti come se niente fosse successo. Quindi è chiaro che loro lavorano incessantemente e anche noi dobbiamo rimanere vigili».
Non occorre dirlo a Nadežda “Nadya” Tolokonnikova, leader delle Pussy Riot, a sua volta ex detenuta in una colonia penale siberiana, che nelle scorse ore ha fatto rimuovere dal video del padiglione russo le immagini con i passamontagna fucsia e ha scritto una lettera aperta al ministro Alessandro Giuli: «Le chiedo di aiutarmi a farmi sentire e la invito a unirsi a questa campagna».
Lo scontro sulla Biennale assomiglia sempre più a un gioco di specchi. Nel filmato che viene proiettato a ripetizione sugli schermi, visibile e ascoltabile dall’esterno della palazzina Liberty, inizialmente scorrevano anche i fotogrammi con le iconiche maschere indossate dal collettivo femminista durante la protesta anti-putiniana. «Vedo che apprezzate così tanto il nostro lavoro – o forse siete invidiosi della risonanza mediatica che ha avuto la nostra azione a Venezia – da aver cambiato strategia e incluso le Pussy Riot nel programma del padiglione russo», ha ironizzato Tolokonnikova nel fine settimana, rivolgendosi alla commissaria Anastasia Karneeva, al delegato Mikhail Shvydkoy e al presidente Pietrangelo Buttafuoco.







