VENEZIA - Ieri le Pussy Riot hanno lasciato Venezia dopo le proteste, consegnando però alla Biennale un'ultima polemica. John Caldwell, marito della leader Nadeda "Nadya" Tolokonnikova, ha raccontato di essere stato aggredito per aver recuperato un'opera sulla guerra che un invitato al padiglione della Russia aveva preso durante la diretta di un giornalista-influencer schierato in favore dell'Ucraina. Per il momento sull'episodio, documentato da filmati e foto, non sono state presentate denunce, ma il caso è emblematico del clima di tensione attorno alla palazzina Liberty, che dopo i quattro giorni della pre-apertura da oggi sarà però chiusa al pubblico.

Il fatto è avvenuto giovedì pomeriggio, sotto gli occhi di decine di persone (fra cui diversi poliziotti), che assistevano alla diretta di Caolan Robertson, cronista irlandese di nascita e ucraino di adozione da 324.000 follower su Instagram. I suoi video sono noti e apprezzati per la sfrontatezza, come ad esempio l'ultimo da 1,2 milioni di visualizzazioni, che lo ritrae mentre mercoledì ha provato ad incalzare il diplomatico Alekej Paramonov ed è stato vigorosamente allontanato: «Ho affrontato l'ambasciatore russo alla Biennale di Venezia perché nessun altro lo aveva fatto. Nelle ultime 24 ore la Russia ha bombardato centri urbani e un asilo. Decine di persone sono state uccise per strada». Fra l'altro Robertson è stato ringraziato «per il lavoro e per il coraggio» da Vladyslav Heraskevych, lo skeletonista ucraino che era stato espulso dalle Olimpiadi di Milano Cortina 2026 per aver indossato il casco con i volti degli atleti uccisi in guerra. Un "elmetto della memoria" che lui stesso ha portato all'Esposizione Internazionale d'Arte con queste parole: «Le persone che gestiscono il padiglione russo sono affiliate al governo russo, che in questi giorni bombarda le città ucraine».