È noto che The Donald tende ad afferrare la mano di chi incontra, tenendola a lungo, per poi girarla, e se vuole indicare vicinanza affettuosa portandosela al petto in una procedura studiata che comunque dimostra forza e quasi sottomissione dell’avversario. Xi era ben preparato, ha sorriso e ha mantenuto la sua mano in alto, subendo solo una breve pacca sul dorso dalla sinistra. Pareggio al primo round dunque. Trump ha segnato un punto quando i due si sono incamminati sul podio per ascoltare gli inni nazionali: ha messo la mano sulla spalla a Xi, quasi fosse il padrone di casa. Lo aveva fatto anche con la Regina Elisabetta, infrangendo il tabù che vieta assolutamente di toccare un sovrano britannico. Estrema cortesia durante la salita della scalinata che porta al palazzone che domina Piazza Tienanmen. Il presidente americano allargava il passo per tenere l’equilibrio, è sembrato affaticato e Xi a un certo punto si è fermato e ha cominciato a parlare e indicare, come per illustrargli alcuni dettagli dell’edificio. È sembrato un espediente del momento per far riprendere fiato all’ospite più anziano (Trump compirà 80 anni il 14 giugno, Xi celebra il 73° compleanno il 15 giugno). Stessa scena con pausa in seguito, durante la visita al Tempio del Cielo di Pechino. Si è ritagliato uno spazio Elon Musk, schierato con ministri e capitani dell’industria tecnologica sul piazzale: il boss di Tesla è stato l’unico a tirare fuori il telefonino e a girare un video: turista sulla Tienanmen. Nei discorsi di apertura davanti alle telecamere è stata netta la differenza di stile comunicativo. Xi ha letto il suo intervento, centrato su principi: la richiesta di «stabilità» che è alla base della politica mandarina; l’appello ad essere «partner più che rivali, pur nelle diversità». La Cina, almeno in questa fase, è ancora un misto di ambizione e insicurezza; non vuole presentarsi come una superpotenza a immagine degli Stati Uniti, cerca una gestione prudente della relazioni piuttosto che una soluzione definitiva. Trump ha parlato a braccio, si è detto entusiasta per lo schieramento di ragazzini che lo hanno accolto sventolando mazzi di fiori e bandierine, ha elogiato per l’ennesima volta l’ottimo rapporto personale che è convinto di avere con Xi e dunque ha giocato la carta della lusinga. Ovviamente Xi non farà niente per smentire (ma neanche confermare, perché rappresenta pur sempre l’Impero cinese con millenni di storia, prima dinastica e poi comunista). Piccola esibizione di sottigliezza mandarina sul tavolone dei colloqui: la traslitterazione del nome di Rubio in caratteri cinesi lo ha ribattezzato Lu Bi Ao. Il giochetto serve anche a mettere da parte la circostanza che il capo della politica estera di Washington è stato in passato sanzionato due volte da Pechino e teoricamente non avrebbe più potuto mettere piede nella Repubblica popolare. Ha spiegato il portavoce degli Esteri cinese: «Fu sanzionato quando era senatore, oggi è Segretario di Stato». Quindi un altro ruolo e una persona nuova, con nome (cinese) nuovo.
Il linguaggio del corpo del leader: la sfida in pareggio tra Xi e Trump. Poi una parolaccia e una pistola al Tempio
L’incontro con Xi Jinping ha presentato subito un’esibizione di «body language», il linguaggio del corpo studiato per proiettare potenza














