Emmanuel Carrère è uno scrittore famoso. La gente compra i suoi libri, riempie i teatri per andarlo a sentire, e spesso esce protestando per non averlo sentito abbastanza (capita che vengano insolentiti i moderatori, colpevoli “di parlare troppo loro”). Ogni volta che prende la parola davanti a un pubblico, in effetti, Carrère si accende, e gli accade in particolare quando è chiamato su due argomenti: sua madre e la Russia, che entrano di prepotenza nell’ultimo libro, Kolkhoz, dedicato ai suoi affetti familiari (quindi anche alla Russia, di cui sua madre, Helène Carrère d’Encausse è stata insieme vittima, conoscitrice e critica). «Si può dire che la letteratura russa fosse un affare di famiglia - ci dice nel corso di una conversazione nel caffè romano di Valle Giulia - sia perché i francesi la considerano una parte del loro patrimonio culturale, sia perché mia madre me l’ha fatta conoscere prestissimo». Diciamo subito che “kolkhoz” non è un ritratto della Russia sovietica, ma una parola tratta dal lessico familiare: “fare kolkhoz”, lei e le sue sorelle da piccoli tutti insieme nel letto con vostra madre. Quanto sovietica definirebbe la sua infanzia?«Sovietica non direi, ma la traiettoria di mia madre in effetti è paradossale: figlia della Russia bianca, antibolscevica, anticomunista, è poi diventata esperta di quell’Unione Sovietica che l’aveva in qualche modo cacciata di casa. Una specialista e allo stesso tempo una critica dell’Unione Sovietica…». In che modo avere una madre celebre, assistere ai suoi funerali sontuosi, respirare l’ammirazione di cui era oggetto ha influito su di lei?«La vita di mia madre è stata divisa in due capitoli: lo status di accademica, con il riconoscimento e i privilegi, è stato raggiunto nel secondo, ma quando sono cresciuto io, quando ero un bambino e poi un adolescente, la celebrità non c’era affatto, è arrivata negli anni Ottanta, più o meno quando io ho cominciato a scrivere, forse per questo l’ho vissuta con ammirazione, affezione, sorpresa, un po’ di ironia». Sua madre come prese il fatto che lei facesse lo scrittore?«Talvolta ho avuto l’impressione che fosse divisa tra l’essere orgogliosa dall’avere un figlio scrittore, cosa per lei che rappresentava il massimo, e il fatto che il genere di libri che scrivevo non fosse il suo ideale. Ogni tanto ho scritto delle cose che non incontravano il suo gusto, talvolta trasgressive, con una certa violenza, con qualche insistenza sull’erotismo, niente affatto il suo genere. Ma in definitiva mi sono sempre sentito libero di scrivere ciò che volevo». La convivenza con la menzogna attraversa tutto il libro: riguarda la vita privata di sua madre, ma anche il mondo sovietico. Ci vede una consonanza?«È curioso, mia madre è stata sia parte, sia analista di questo aspetto: quando in Ucronia ho posto la questione delle storie immaginarie e menzognere che si sostituiscono alle storie reali, è stata mia madre a farmi notare che non era semplicemente un gioco o una coincidenza, ma il funzionamento stesso delle dittature, che non vogliono solo controllare il presente ma il passato. È stata lei che mi ha raccontato di quando, dopo la caduta di Laurent Berja, l’enciclopedia sovietica sostituì il suo nome con “Bering (stretto di)”, per cancellarne persino la memoria. E del resto tutta la storia dell’Urss era un impero della menzogna, in cui la miseria era prosperità e la delazione una forma di amicizia». Il suo modo di scegliere le storie russe da raccontare è interessante: prendiamo Limonov, come le è venuto in mente?«È stata una storia strana, perché tutti i corrispondenti stranieri a Mosca degli anni Duemila lo conoscevano, e lo consideravano un piccolo fascio-russo di quelli che si incontrano in manifestazioni marginali con grandi bandiere e pochissime persone… Io lo avevo conosciuto a Parigi negli anni Novanta, poi l’ho perso di vista, e quando mi sono trovato a Mosca per un reportage su Anna Politkovskaya mi sono accorto che molte persone di quella piccola minoranza miseranda di oppositori e democratici che viveva allora a Mosca trattava Limonov con molta considerazione. Elena Bonner, la moglie di Sacharov, ne parlava come “l’uomo più coraggioso di questo Paese”. Quando proposi a Patrick de Saint-Exupery di fare un reportage per la rivista che dirigeva all’epoca lui saltò sulla sedia: “Su Limonov? Ma come ti viene in mente?”. Ecco, è stato uno dei pochi casi in cui sono stato fiero di aver identificato qualcosa come “un soggetto”, ma solo chi sa chi è Limonov può capire quanto sia estremo». Se potesse tornare a Mosca che storia racconterebbe?«Penso che in questo momento avere un piccola notorietà come la mia non mi proteggerebbe affatto, al contrario, potrebbe rappresentare una moneta di scambio. Allora molto cinicamente diciamo che se finissi in prigione per un paio di settimane sarei molto contento, sarebbe un racconto straordinario… (ride). Certo se poi diventassero due anni, ecco allora molto meno».