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L'autore mette al centro del libro l'ingombrante madre Hélène d'Encausse
Kolchoz, di Emmanuel Carrère (Adelphi, pagg. 408, euro 22; traduzione di Francesco Bergamasco), chiude per certi versi il dittico apertosi anni fa con Un romanzo russo, dove l'"eroe", anche se in negativo, della storia, era il nonno paterno, quel Gerges Zourabichvili, giorgiano d'origine, esule in Francia dopo la rivoluzione d'Ottobre bolscevica, negli anni Trenta uomo dai molti mestieri, collaborazionista con il cosiddetto governo di Vichy durante la Seconda guerra mondiale, e poi probabilmente ammazzato in uno dei tanti regolamenti di conti partigiani all'indomani della riconquista di Parigi e della sconfitta del nazismo. All'epoca il libro provocò se non una rottura un raffreddamento dei rapporti, in seguito ricomposto, fra lo scrittore e sua madre, Hélène Carrère d'Encausse (1929-2023) che quel padre aveva tenacemente amato e difeso, pur senza averne mai portato veramente alla luce né azioni né scelte, una sorta di difesa della memoria in quanto tale, senza specificare di cosa questa memoria, oltre l'amore filiale, fosse fatta. Va ricordato che Georges Zourabichvili uscì dall'esistenza della figlia che aveva poco più di quarant'anni (era nato nel 1899), e che all'epoca Hélène era una ragazzina di quattordici, quindici anni.






