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Ultimo aggiornamento: 7:55

“Se c’è un luogo da cui mi sono sentito fatalmente ingannato non per la vita, ma per la morte, è proprio la metropolitana”.

Il figlio del sottosuolo, di Hamid Ismailov (traduzione di Nadia Cigognini; Utopia Editore), è stato definito da alcuni critici come “uno tra i migliori romanzi russi del ventunesimo secolo”, ma questa straordinaria opera dell’autore uzbeko, secondo me, trascende i confini geografici per affrontare temi universali. Al centro della narrazione vi è Mbobo, un bambino la cui nascita e crescita avvengono negli sfarzosi ma spesso inquietanti corridoi della metropolitana di Mosca.

Figlio di un atleta africano e di una donna siberiana, la sua breve esistenza solitaria coincide con la disintegrazione dell’Unione Sovietica. Questo “regno del sottosuolo”, con i suoi ambienti monumentali e fiabeschi, diventa non solo un rifugio dalla crudeltà e indifferenza del mondo esterno, ma anche una potente metafora del sistema sovietico stesso, un labirinto sotterraneo che ne riflette l’inconscio e la progressiva dissoluzione. Ismailov riesca a creare un’atmosfera unica, miscelando il realismo storico con elementi quasi fiabeschi e surreali.