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Ultimo aggiornamento: 11:04
Due libri, due bussole per orientarsi nel labirinto post-sovietico e post-jugoslavo, là dove la Storia, quella con la S maiuscola dei Trattati e delle Geopolitiche, si scontra con la minuscola, ma ben più sanguigna, delle esistenze spezzate e delle identità refrattarie a ogni riga di confine tracciata su una cartina da qualche burocrate annoiato. Dove si incontrano le acque di Jean-Arnault Dérens e Laurent Geslin (traduzione di Daniela Almansi; Keller Editore), e Abcasia di Wojciech Górecki (traduzione di Marco Vanchetti; Keller Editore) non sono semplici reportage di viaggio, ma anatomie necessarie di un’Europa che si è voltata dall’altra parte, preferendo il comfort del proprio ombelico.
In Dove si incontrano le acque, Dérens e Geslin, con la meticolosità del cartografo e la curiosità insaziabile del cronista, disegnano un periplo dai Balcani al Caucaso, un grand tour dove al posto dei reperti neoclassici si incontrano fantasmi (quelli di Tito, di Enver Hoxha, dell’Impero Ottomano) e cicatrici (i cantieri croati dismessi, i bunker albanesi, i palazzi di Abcasia divorati dalla vegetazione). Non è un viaggio per turisti easy-jet, ma per chi ha stomaco e cervello per digerire una storia fatta di strati geologici, dove la Repubblica di Venezia si sovrappone ai sottomarini sovietici in vendita e il gergo volgo-forbito degli intellettuali si mischia al dramma degli esodi secolari.






