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Ultimo aggiornamento: 6:23
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Un anno prima della sua morte prematura, nel 2015, Aleš Debeljak in un saggio si descrisse così: “Sono un uomo comune dei nostri tempi. Uso i libri per trovare un luogo in cui rifugiarmi, anche se solo temporaneamente, dentro un miscuglio di narrazioni ed esperienze, fatti e fantasie”. Debeljak, che si vuole qui ricordare a dieci anni dalla scomparsa, ha rappresentato più di altri la coscienza critica letteraria (e non solo) slovena, nel passaggio di quel piccolo Stato dall’appartenenza a una repubblica federale in via di disfacimento all’indipendenza e all’ingresso nell’Unione europea. Il suo punto di vista era quello di chi poteva anche aver coltivato una speranza, un sogno (parola che compare spesso nelle sue poesie), ma che poi si rende conto che la nascita di un cittadino sloveno, un individuo informato e critico, si era trasformata in quella di un consumatore, che non si cura delle questioni comuni ma solo dei propri interessi.






