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Ultimo aggiornamento: 7:09
Non aveva molto spazio tra pensare e vivere. Carlo Michelstaedter era un ragazzo di provincia con una lucidità spietata: guardava i suoi coetanei muoversi nell’inerzia delle convenzioni, accettare l’inganno del conforto, credere che il tempo possa guarire tutto. E si opponeva. Lui non cercava la verità: voleva solo non mentirsi. Lo faceva con la precisione di chi non vuole salvare nulla, ma solo capire dove finisce la menzogna. “Ognuno gira intorno al suo pernio, che non è suo, e il pane che non ha non può dare agli altri”, scriveva.
Michelstaedter è stato sempre presente a se stesso fino all’ultimo respiro: voleva il pieno, e quel pieno lo ha travolto. La sua non era fame di sapere, ma di sostanza: ogni sua parola era un atto di sottrazione, un tentativo di restituire all’esistenza il suo peso originario. Aveva poco meno di 24 anni e già vedeva la vita diventare retorica: per questo voleva disfare la trappola in cui era nato, il discorso.
La sua filosofia nasce da quella nausea, dall’impossibilità di accettare che il linguaggio serva a mascherare la paura, l’inquietudine. Aveva capito che ogni sapere è una forma di potere, che ogni spiegazione distrae dal nulla che siamo, che il linguaggio è un anestetico, un modo per non sentire il peso reale dell’esistenza; per creare una distanza confortevole tra noi e la vita dura, ammorbidendo la realtà. “Gli uomini lamentano questa loro solitudine; ma se essa è loro lamentevole è perché, essendo con se stessi, si sentono soli: si sentono con nessuno e mancano di tutto”. Questa è la sua sentenza più vera, la sua morale più segreta. Per lui ogni individuo è un essere radicalmente solo davanti alla verità del proprio intimo, e non esiste istituzione, ideologia, religione, affetto, che possa colmare, o gestire, quella solitudine senza illuderlo.






