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Ultimo aggiornamento: 9:56
Colpisce al cuore la durezza con la quale il piccolo Paolo ha scelto di dire addio alla vita, forse bullizzato dai compagni. Una naturalezza che contrasta con la drammaticità della scelta improvvisa, ma che nasconde un lungo tormento interiore: un inferno silenzioso, non trasmissibile, rimasto senza parola e inosservato ai più.
Non addentriamoci nelle cronache giudiziarie, che scaveranno sin troppo nella vita di questo piccolo uomo fragile, né cerchiamo il punto preciso — lo scherzo o l’insulto — che possa aver fatto detonare il desiderio di non esistere più. Proviamo invece ad andare oltre, riflettendo sul peso della parola.
Per lui, come per tanti adolescenti, la scuola era forse un banco di prova: il primo giudizio sul proprio corpo, sul proprio essere, spesso vissuto come ingombrante, angosciante, ingestibile. Sappiamo che i ragazzi usano la parola con leggerezza crudele, dura, a volte devastante. Il “bullismo” non è fenomeno nuovo: è antico quanto la vita e si nutre spesso della diluizione di responsabilità all’interno del gruppo, fino alla disumanizzazione dell’altro.










