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27 APRILE 2026
Ultimo aggiornamento: 18:38
Da anni – sconvolgendo le persone più vicine e più care – sostengo che vorrei poter morire quando lo desidero, senza essere gravemente malato o depresso o sofferente come Wendy Duff, per la morte di un figlio. Finalmente – grazie alla notizia della donna inglese che finirà la sua esistenza in una clinica in Svizzera pur essendo in salute – possiamo aprire una seria riflessione sul suicidio assistito. La battaglia civile portata avanti finora da una parte del nostro Paese è, infatti, limitata ad assicurare il suicidio assistito ad un paziente che sia capace di intendere/volere, affetto da patologia irreversibile con sofferenze intollerabili e mantenuto in vita da trattamenti di sostegno.
La notizia che la signora inglese, sana di mente e piena di amici e famigliari, potrà esaurire il suo desiderio di morire in Svizzera dove la sua richiesta è stata approvata da una commissione di esperti, ci permette di tornare a meditare su un concetto fondamentale ben espresso da Wendy Duff: “Voglio morire. Questa è la mia vita. Questa è la mia scelta”. Il concetto di esistenza è spesso – anzi, quasi sempre – contagiato dal legame a quello del dono. Se si è in vita è perché la vita ci è stata donata e noi non siamo nessuno per rifiutarla, ci dicono spesso. Un pensiero influenzato da molte religioni che concepiscono un Dio che è padre, creatore della vita.











